7 Luglio 2021

Biden chiede aiuto alla Cina per l'atomica della Corea del Nord

Il frastuono della battaglia che infuria tra Cina e Stati Uniti ha coperto un tintinnio nuovo, di segno opposto, che vede Washington convergere con Pechino per risolvere la grana del nucleare della Corea del Nord.

Si torna al punto di partenza, laddove aveva fallito Trump nel suo tentativo di trovare un accordo con Kim Jong-un, impegno sabotato dai falchi della sua amministrazione.

Una strada ora più impervia, dato che i democratici, al tempo, furono feroci critici di Trump, con Elizabeth Warren che tuonava contro l’esecrando incontro con lo “spietato dittatore“.

Le timide aperture di Biden

Solo propaganda, evidentemente, come denota il “contrordine compagni”, che però allora contribuì far fallire gli sforzi del presidente, che tale propaganda, e il suo ego, consegnarono alla solitudine.

E però le critiche che accompagnarono l’iniziativa di Trump hanno frenato finora la riapertura del dossier: troppo alto il rischio per Biden di interrompere l’idillio con gli apparati Usa, finora più che condiscendenti con la sua presidenza.

Tuttavia già durante la visita del presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, alla Casa Bianca, Biden aveva espresso la volontà di cercare una soluzione diplomatica alla questione, pur rigettando l’approccio di Trump, che nel suo desiderio di conseguire tale successo diplomatico aveva offerto un proscenio globale a Kim.

Da allora però, sulla questione è calato il gelo, con Pyongyang precipitata nell’abisso a causa di una terribile carestia, del dilagare del Covid-19 e delle restrizioni causate dalle sanzioni.

Disastri cui si sono aggiunte le voci di un malore, l’ennesimo, di Kim, apparso smagrito, che peraltro, per la prima volta ha annunciato al mondo i disagi del suo Paese, in genere tacitati per non mostrare debolezza.

Tanto che alcuni analisti hanno iniziato a parlare della possibilità di un collasso del Paese (tragedia da evitare, ché una nazione nucleare tanto inaccessibile esposta alla destabilizzazione porrebbe rischi enormi al mondo).

La chiusura di Pyongyang

In questa temperie la Corea del Nord si è sentita esposta a pericoli nuovi, da cui una chiusura a riccio, manifestata dalle parole della potente sorella del presidente, Kim Yo-jong, che a marzo ha avvertito gli Usa di smettere di “diffondere l’odore della polvere da sparo sulla nostra terra, posta sull’altra sponda dell’oceano”, e dalle più recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri, Ri Son-gwon, che a giugno ha detto di considerare chiusa la stagione del dialogo con gli Usa.

Parole, queste ultime, cui è seguita la decisione di Kim di rafforzare i legami con la Cina, che non sono lineari quanto si potrebbe pensare, data la lunga storia di indipendenza di questa dal Celeste Impero, che ai tempi della Guerra Fredda la portò addirittura a preferire Mosca a Pechino.

Evidentemente l’iniziativa di Kim ha rimesso in moto qualcosa, dato che, da una parte, gli Usa non possono permettersi che Pyongyang abbracci totalmente Pechino, cosa che aprirebbe al Celeste impero nuove opportunità; dall’altra, però, ha offerto sul piatto d’argento una possibilità di mediazione.

Certo, c’è da mettere in conto un potente fuoco di sbarramento da parte degli ambiti anti-cinesi, ma la denuclearizzazione della penisola coreana offre argomenti per ribattere.

Inoltre, non si può dire, ma è evidente che tale convergenza può aprire spazi riservati a quel dialogo sottotraccia con la Cina che Biden sta cercando disperatamente per evitare che lo scontro attuale vada fuori controllo.

Ma, al di là delle possibilità più ampie, resta l’apertura di credito che l’amministrazione Usa ha dato alla Cina per impegnarsi in un dialogo con Pyongyang, da cui il titolo della nostra nota che abbiamo ripreso volutamente dall’autorevole Newsweek.

La telefonata Sung-Liu

Il primo passo è stato fatto, come dimostra la conversazione telefonica tra l’inviato americano per la Corea del Nord (o RPDC), Sung Kim, e il suo omologo cinese, Liu Xiaoming.

Conversazione resa nota dal China Daily e ripresa da vari media. Nella conversazione l’inviato di Pechino ha detto che la criticità può essere risolta attraverso un processo che veda un “approccio a doppio binario” e con passi graduali e sincronizzati.

Aggiungendo che “Washington dovrebbe attribuire la debita importanza alla risoluzione delle legittime preoccupazioni di Pyongyang e sostenere la riconciliazione e la cooperazione tra Pyongyang e Seoul”.

Più stringato Sung, il quale ha replicato che gli Usa vogliono risolvere la questione con “mezzi diplomatici e si aspettano di riprendere il dialogo e i contatti con la RPDC il prima possibile, infine sostengono il miglioramento delle relazioni tra la RPDC e la la Corea del Sud”.

In pratica, la Cina ha detto agli Usa che la questione si può risolvere evitando richieste impossibili, brandite dei falchi Usa per sabotare il dialogo, cioè la subitanea e completa denuclearizzazione, che Pyongyang non accetterà mai.

E consentendo quanto non concesso durante i mezzi accordi con Trump, cioè un graduale attutimento delle sanzioni in parallelo a un graduale smantellamento dell’arsenale nucleare.

Il Pentagono, interpellato da Newsweek ha ribadito: “Gli Stati Uniti e la Repubblica popolare cinese devono lavorare insieme per la denuclearizzazione della penisola coreana“. In questa temperie di scontro alzo zero tra Usa e Cina, una piccola oasi di pace, foriera di possibilità. Ci torneremo.