6 Luglio 2021

Covid-19: mutazione indiana, anzi no...variante Delta

«È possibile che la variante Delta diventi dominante anche in Italia. Ma non bisogna spaventarsi sebbene sia più contagiosa. Il processo evolutivo di un virus pandemico consiste nell’adattarsi sempre di più alla specie ospite e non nel diventare più virulento, pena la sua stessa estinzione. Capiremo presto se abbiamo a che fare con un ceppo che dà luogo a manifestazioni meno gravi avendo come bersaglio le vie respiratorie superiori, naso e faringe». Queste le parole con cui Giorgio Palù componente del Comitato tecnico scientifico e presidente del cda dell’Aifa descrive, con toni meno allarmanti di quanto siamo soliti trovare sui media, la famigerata variante Delta (ex indiana).

Ovviamente questo non vuol dire che non esista la mutazione (o variante come si preferisce chiamarla oggi), ma che questa è  solo «uno dei circa 20 ceppi mutanti del Sars-CoV-2 considerati oggetto di preoccupazione […] alcuni la descrivono come responsabile di sintomi più lievi. Il naso che cola, mal di testa. Tipici del raffreddore”.

Mutazione Delta

La variante indiana, come è stata chiamata dai media di tutto il mondo per mesi, è stata per lo più accompagnata da descrizioni terrificanti di quanto stava accadendo nell’enorme subcontinente indiano dove, così raccontavano ineffabili inviati, non si sapeva più come arginare l’immane strage che la nuova variante (non mutazione, appunto) stava compiendo. Roghi per le strade, ammalati e cadaveri ammassati ovunque era lo scenario dipinto quotidianamente.

Siamo andati a dare un occhiata ai dati che chiunque può trovare digitando semplicemente “dati covid India” sull’onnipresente motore di ricerca. Una premessa necessaria per capire di cosa si stia parlando è questa: l’India è abitata da quasi 1 miliardo e 400 milioni di persone, l’Italia da quasi 60 milioni. Il rapporto della popolazione e quindi c/a di 1:23.

La fonte ufficiale dei dati accredita al colosso asiatico 403.000 decessi con 30,6ml di casi, l’Italia di 128.000 decessi complessivi e 4,26ml di casi. Bastano un paio di divisioni per scoprire che l’India ha avuto un infetto ogni 46 abitanti (l’Italia 1 ogni 14) e un decesso ogni 3474 (l’Italia 1 ogni 468) (1).

Va considerato anche che l’India ha sicuramente problemi più gravi dei nostri in termini di sanità, da cui cure meno efficaci, e povertà (con effetti negativi sui contagi, vedi ad es. case affollate) e abbia dovuto affrontare difficoltà quasi insuperabili nell’applicare misure di prevenzione (lockdown, distanziamento, mascherine…).

Dati i numeri e tutti questi elementi sfavorevoli, dunque, si può concludere che la situazione creata dalla variante delta del Covid in India non solo non è peggio di quanto abbiamo visto in Italia, ma è addirittura molto meno grave.

Di varianti e vaccini

Lo slogan delle ultime settimane, ripetuto, al solito, come un mantra da ogni canale e da (quasi) ogni virologo è lo stesso “supereremo la crisi della variante delta (ma c’è pure la kappa in agguato), solo grazie ai vaccini” sta mostrando qualche crepa.

Le incrollabili certezze degli esperti sono infatti messe in crisi dai dati provenienti da Inghilterra e Israele (due nazioni ai vertici della classifica per numero di vaccinazioni, anche se quelle di Israele non sono proprio del 90% come detto durante la recente campagna elettorale da Netanyahu), che mostrano come la variante Delta si diffonda anche tra i vaccinati (Haaretz).

Resta che anche in questo caso è ancora da capire cosa stia veramente accadendo, dato che i primi dati indicherebbero che comunque i vaccini proteggono da manifestazioni patologiche virulente.

La buona notizia è che, come diceva Palù nella dichiarazione riportata all’inizio dell’articolo “…non bisogna spaventarsi sebbene sia più contagiosa. Il processo evolutivo di un virus pandemico consiste nell’adattarsi sempre di più alla specie ospite e non nel diventare più virulento, pena la sua stessa estinzione”.

Una constatazione che potrebbe fare qualunque studente di biologia e di medicina, dato che i virus, nella storia, hanno sempre conosciuto tale evoluzione. Certo, ci sono eccezioni che confermano la regola, come accade per l’Aids, ma il problema di questo virus particolare è la sua altissima velocità di mutazione, non constatata nel Covid.

Non si tratta di abbassare la guardia, anzi, né di derubricare le persone defunte a mero dato statistico, che serve a capire ma non descrive tragedie, e però ci sembra che tali analisi siano necessarie per relativizzare certa enfasi mediatica e per  conservare quell’equilibrio che nelle crisi è più che indispensabile, pena l’incremento dei danni provocati dalla crisi stessa.

Nel caso specifico sembra che la politica globale stia tenendo un registro meno caotico dell’informazione, come dimostrano le decisioni di vari Stati di attutire, se non eliminare, varie restrizioni, cosa che si può fare in un momento in cui pare che la pandemia in tanta parte di mondo stia conoscendo un momento di riflusso, in attesa di capire di più sulle nuove mutazioni, o varianti che dir si voglia.

Al contrario, tanta informazione, anche scientifica, sembra muoversi in maniera misterica, azzardando tesi sulla specificità delle varianti, che ancora non conoscono ma che pure spiegano con tono dogmatico, e sulle profilassi conseguenti. Dove non c’è equilibrio, ci si perdoni la tautologia, c’è squilibrio. E lo squilibrio mentale dilaga.

(1) Dati ufficiali, in cui sono registrati i decessi “con Covid” e non “per Covid”, distinzione che si faceva all’inizio della pandemia e oggi purtroppo in disuso, nonostante anche qui sia utile a relativizzare.  Al nostro sito sono pervenute e pervengono notizie di tante persone scomparse per cause sicuramente diverse (infarto soprattutto, ma anche altro e più estraneo), registrate come decessi “con Covid”.