2 Luglio 2021

Il discorso di Xi Jinping: la normalità e l'eccezionalismo

Il discorso di Xi Jinping per i cento anni del partito comunista cinese è stato analizzato in tutto il mondo, né poteva essere diversamente dato il ruolo globale di Pechino.

È stata notata la scelta di Xi di indossare i panni di Mao Zedong. Scelta, appunto, non obbligo, che come tale va visto nel suo richiamo alla rivoluzione cinese, che successivamente, con la rivoluzione culturale della cosiddetta Banda dei quattro, fu deviata, causando lutti al Regno di Mezzo.

Abbiano fatto tale cenno non casualmente, dato che Xi Jinping ha lottato con i prosecutori di quel momento tanto oscuro della Cina ed è stato eletto presidente proprio dopo aver sconfitto quanti, nel partito comunista, guidati da Bo Xilai, avevano sognato un ritorno a quei fasti.

Il discorso di Xi è stato ovviamente un peana alle “magnifiche sorti e progressive” del suo Paese, né poteva essere diversamente. Si è voluto vedere nelle sue parole una sfida al mondo. in particolare nel punto in cui ha sottolineato che quanti cercheranno di contrastare la Cina “si ritroveranno con la testa rotta e sanguinante”.

In realtà, il cenno del presidente cinese è stato altro: non una minaccia al mondo, ma un monito contro possibili aggressioni. “Non abbiamo mai maltrattato, oppresso o soggiogato la gente di nessun altro paese – ha detto – e mai lo faremo”, come d’altronde recita la storia.

Ma ha messo in guardia: “Il popolo cinese non permetterà mai alle forze straniere di prevaricare, opprimerci o schiavizzarci. Chiunque nutre illusioni in proposito, si spaccherà la testa e verserà sangue sulla Grande Muraglia d’acciaio costituita dalla carne e il sangue di 1,4 miliardi di cinesi”.

E sulla campagna anti-cinese ha aggiunto: “Non accetteremo predicazioni ipocrite da parte di coloro che sentono di avere il diritto di darci lezioni”, riferimento niente affatto velato a Stati Uniti e Gran Bretagna.

Né poteva mancare un cenno a Taiwan: “Risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della Cina è una missione storica e un impegno incrollabile del partito comunista cinese”.

“Tutti noi, compatrioti su entrambi i lati dello stretto di Taiwan, dobbiamo unirci e andare avanti all’unisono. Dobbiamo intraprendere un’azione risoluta per sconfiggere completamente qualsiasi tentativo di ‘indipendenza di Taiwan”.

D’altronde l’idea dell’indipendenza di Taiwan è recentissima e va di pari passo con la ricerca di creare criticità al gigante asiatico, infrangendo la dottrina della China One, perno della geopolitica asiatica globale.

Alla fin fine, un discorso ovvio, colorato semplicemente dal saio maoista indossato da Xi e accentuato dalle agitazioni geopolitiche di stretta attualità. Certo, può colpire il piglio deciso del presidente cinese, ma deriva dalla politica interna, meno monolitica di quanto appaia.

E nasce da una mossa riferita dall’autorevole rivista americana Politico a inizi giugno: “In un discorso tenuto in una sessione di studio del Politburo questa settimana, Xi ha lasciato sbalorditi gli osservatori più esperti con alcuni commenti che sembravano segnalare un drastico ammorbidimento della dura retorica di Pechino degli ultimi anni in riferimento agli Stati Uniti, all’Europa e ad altre nazioni”.

“Infatti, ha incaricato i leader del Paese di concentrarsi sul far passare un’immagine ‘affidabile, amabile e rispettabile’ della Cina. E Xinhua, il media ufficiale di Pechino, ha persino suggerito che il Paese possa adottare un approccio ‘umile’ nei rapporti con il mondo esterno”.

Probabile che, come per altre circostanze, Xi Jinping sia stato accusato di essere troppo morbido dalla fazione nazionalista, da cui la necessità, nel discorso del centenario, di mostrarsi deciso.

Non è controversia nuova all’interno della Cina: anche sulla questione di Hong Kong, durante la sollevazione indipendentista, Xi aveva usato pazienza, contrastando i suoi che avrebbero voluto un intervento alzo zero, con compromesso successivo (fine delle liberalità di cui aveva goduto la città, ma niente bagno di sangue).

Né è pensabile che la Cina rinunci a Taiwan, la cui dichiarazione di indipendenza suonerebbe come una dichiarazione di guerra, un po’ come se il Texas si staccasse dagli Stati Uniti (tema peraltro tornato di labile attualità).

Certo, Xi non ha lesinato ammonimenti al mondo, ma non è a tema la terza guerra mondiale, né una spinta di Pechino per andare alla conquista del mondo, ma per aumentare la propria influenza globale.

Ciò non approderebbe, come esito, a un dominio cinese del globo, dato che, come riconosce anche Pechino, la primazia Usa è destinata a durare, ma darebbe luogo a quel multilateralismo che i fautori dell’unilateralismo americano vedono come una minaccia esistenziale.

Peccato che a questi tetragoni della reductio ad unum si associno vari ambiti che, pur rigettando tale visione oscura, non riescono a rinunciare all’idea dell’eccezionalismo americano, che al di là delle pur nobili intenzioni di quanti lo idealizzano, è un “pensiero magico” – come da definizione di Ishaan Tharoor, sul Washington Post – che porta acqua a quell’oscurantismo.

il discorso di Xi va dunque derubricato a cronaca geopolitica del momento, nulla aggiungendo e nulla togliendo alle attuali criticità. Criticità destinate, purtroppo, a durare, quando invece urgerebbero convergenze che le opposte propagande rendono impossibili.