3 Luglio 2021

Peter Norman: la protesta silenziosa

Peter Norman era veloce, molto veloce. Come l’Archy dello struggente “Gli anni spezzati”. E come lui era australiano. Se Archy è rimasto nella memoria collettiva per il bellissimo film che narra il sacrificio di una generazione, quella scomparsa sui campi di battaglia della I guerra mondiale, Peter è rimasto nella storia immortalato in uno degli scatti più celebri del ‘900 come “il terzo uomo”.

Ma lui non era semplicemente il terzo uomo, a prescindere dal fatto che occupava il secondo gradino di quel podio leggendario, perché è un elemento fondamentale, ancorché discreto, di quella protesta che ha fatto epoca.

La storia che vogliamo raccontare ha una premessa sanguinosa ed inevitabile. Siamo nel 1968, dieci giorni prima della cerimonia di apertura dei Giochi della XIX Olimpiadi a Città del Messico, una manifestazione pacifica di studenti, che protesta per le spese, giudicate eccessive, per la realizzazione dei giochi, viene circondata dall’esercito messicano che comincia a sparare sulla folla. Decine i morti, il numero preciso non si saprà mai, e centinaia i feriti tra cui anche la giornalista italiana Oriana Fallaci.

Il massacro fa il giro dei media di tutto il mondo, ma nessuno si sente in dovere di protestare con il governo messicano o di mettere in dubbio lo svolgimento delle Olimpiadi che, con la benedizione del presidente del CIO di allora, l’americano Avery Brundage, che nel 1936, quando era già a capo del Comitato Olimpico statunitense, si era opposto al boicottaggio delle Olimpiadi ospitate dalla Germania nazista, si inaugurano, come se nulla fosse, il 12 ottobre.

Il 16 ottobre Norman è ai blocchi di partenza della finale dei 200mt piani. Nelle eliminazioni ha fatto registrare il record olimpico, che da oltre 50 anni è ancora record australiano, ma i favoriti sono i due americani, Tommie Smith e John Carlos, che a loro volta hanno migliorato il record di Norman.

La storia non ricorda tanto la gara, vinta da Smith con un record del mondo che sarà superato solo 11 anni dopo da Pietro Mennea (sulla stessa pista), ma ha impresso indelebilmente nella memoria collettiva la premiazione. I due americani avevano deciso, già prima della finale, che avrebbero inscenato una protesta a sostegno del movimento Olympic Project for Human Rights, un movimento di protesta per i diritti civili e contro il razzismo, nel caso che fossero saliti sul podio. Pugno chiuso guantato di nero, testa bassa “come una preghiera” dirà Smith, calzini invece delle scarpe, a simboleggiare la povertà, e un adesivo sul petto.

La presenza di Peter è silenziosa, quasi invisibile, come nella gara dove, nonostante la prestazione eccezionale che lo porta sul secondo gradino del podio, viene quasi dimenticato dalle telecamere, tanto che il cronista italiano accredita a Carlos il secondo posto.

Ma se Peter Norman è discreto non è indeciso è ha le idee chiare. Quando Smith gli chiede prima della premiazione “credi nei diritti dell’uomo? Porteresti anche tu il distintivo di propaganda dei diritti dell’uomo?” Norman non ha dubbi “Certo”. E si appunta sul petto quell’adesivo che cambierà per sempre la sua vita.

L’Australia del 1968 è, infatti, un paese fortemente razzista e quanto devono subire gli aborigeni in termini di segregazione e persecuzioni è forse anche peggio di quanto accade ai “negri” americani.

E l’Australia non prende bene la scelta di Norman e gli riserva un trattamento indegno. È violentemente condannato dai media australiani e continuamente boicottato dai responsabili sportivi, al punto che, quattro anni dopo, pur qualificatosi per i 100 e 200 metri per i Giochi olimpici di Monaco di Baviera ’72, ne viene escluso. Nemmeno il comitato organizzativo di Sydney 2000 si ricorderà di lui.

Per un paradosso della storia, le conseguenze sono più sopportabili per i due americani che, nonostante l’immediata sospensione dalla squadra statunitense e l’espulsione dal villaggio olimpico, divennero delle celebrità per la comunità afroamericana e, pur in mezzo a ripetuti ostacoli e minacce di morte, riuscirono anche a giocare nel football professionistico e a tornare ad allenare.

Peter invece scompare dai radar, dimenticato protagonista di un momento iconico delle storia. Di lui quasi nessuno, al di fuori dell’Australia, conosce il nome e ancor meno il suo coraggio. Diventa insegnante  fino a quando, nel 2006, a soli 64 anni muore d’infarto. La bara sarà portata a spalla dai suoi due amici, Smith e Carlos, che rendono così l’ultimo omaggio all’uomo coraggioso e discreto che ha sostenuto la loro protesta con un sorriso.

Così avveniva quando era il popolo a decidere dove e perché chinare il capo o alzare il pugno.