28 Giugno 2021

Wuhan: la virologa australiana che smentisce l'intelligence Usa

Una vista del biolab di Wuhan e, nel riquadro, la virologa australiana Danielle Anderson

Danielle Anderson, virologa australiana che ha lavorato al laboratorio di Wuhan, ha rilasciato un’intervista di grande interesse a Bloomberg, dal momento che quanto afferma smentisce la teoria che il virus sia fuoriuscito dal bio-laboratorio cinese.

Dichiarazioni troppo controcorrente, quelle della Anderson, che la rivista Usa si è premunito di attutire nella stesura del pezzo. Ciò si rileva fin dall’incipit dell’articolo, quando nell’articolo si legge che ha lavorato nel biolab fino “a poche settimane prima che emergessero i primi casi noti di Covid-19 in Cina”.

In realtà, la Anderson ha finito il suo lavoro a Wuhan a “novembre 2019”, cioè proprio quando, secondo la teoria di cui sopra, il virus sarebbe fuoriuscito dal biolab, dato che i primi casi di coronavirus  rilevati a Wuhan risalgono al 17 novembre 2019, tempistica che va però anticipata se si tiene presente che ancora non si è trovato il paziente zero.

La Anderson ha riferito a Bloomberg che “nessuno di quelli che conosceva all’istituto di Wuhan era malato verso la fine del 2019”. Una frase che l’articolo lascia scivolare via così, ma che invece ha importanza capitale, dato che l’intelligence Usa ha dichiarato che alcuni dossier in suo possesso rivelerebbero che tre medici di Wuhan si sono ammalati poco prima della pandemia, cioè mentre la Anderson lavorava nel biolab.

L’intelligence Usa smentita

Smentita secca, insomma, della “pistola fumante” brandita dall’intelligence Usa e ripresa come un dogma da tutti i media mainstream.

Non solo la smentita, va da sé che tale rivelazione getta un’ombra su tutta questa operazione di colpevolizzazione del biolab di Wuhan, dato che l’intelligence Usa avrebbe potuto constatare facilmente la falsità dei dossier, se solo si fosse presa la briga di interpellare la Anderson prima di rivelarne il contenuto.

Impossibile, infatti, che le Agenzie Usa non sapessero che la Anderson aveva svolto tale lavoro, basti pensare a come abbiano tempestivamente arrestato uno scienziato americano che lavorava a Wuhan in quel lasso di tempo, il dottor Charles Lieber, accusato di avere “tradito” la patria.

Così è legittimo reputare che le Agenzie Usa non si siano nemmeno presi la briga di cercare riscontri ai suoi dossier, per paura che fossero smentiti prima ancora che producessero l’effetto desiderato, cioè costringessero Biden a far ripartire un’indagine sul biolab di Wuhan proprio mentre la stava chiudendo (Piccolenote).

Insomma, un avvio “politicizzato” dell’inchiesta sulle origini del coronavirus, con prospettive che non lasciano ben sperare. E ciò sulla pelle delle tante vite distrutte dal coronavirus: non solo le vittime del morbo, ma anche le moltitudini alle quali il virus ha devastato la vita, chi più chi meno.

Smentita e fuga

Peraltro, la dichiarazione della Anderson non è voce dal sen fuggita, dato che nel prosieguo dell’intervista rilasciata a Bloomberg rimarca tale circostanza.

“Se si fossero ammalate delle persone, presumo che sarei stata infettata, e non lo ero”, ha detto. “Sono stato testata per il coronavirus a Singapore prima di essere vaccinata e non l’avevo mai avuto”.

“Non solo, molti dei collaboratori di Anderson a Wuhan sono andati a Singapore alla fine di dicembre per un convegno sul virus Nipah. E non c’era nessuna notizia su una qualche malattia che stesse dilagando nel laboratorio”.

“Non c’erano dicerie su questo”, ha detto Anderson. Eppure “gli scienziati erano ciarlieri ed eccitati. A mio avviso non c’era niente di strano, che cioè potesse far pensare che stava succedendo qualcosa” nel laboratorio.

Peraltro, in un altro punto dell’intervista, parlando della convivenza con i suoi colleghi, la Anderson racconta che mentre si trovava a Wuhan “siamo andati a pranzi e cene insieme, ci siamo visti anche fuori dal laboratorio”…  e nessun contagio registrato (da rimarcare, se si pensa alle misure draconiane imposte al mondo per non diffondere il virus…).

Smentita su tutta la linea, dunque, della teoria del virus sfuggito dal biolab. A questo punto, però, Bloomberg, il cronista o l’editore che sia, evidentemente ha compreso di rischiare di urtare suscettibilità, così fa dire alla Anderson che non può escludere che in effetti il virus possa essere stato creato a Wuhan, anche se la virologa insiste sul fatto che lo ritiene un’ipotesi remota.

La sicurezza del Biolab di Wuhan

Anche perché, la Anderson spiega nel dettaglio le norme di sicurezza del biolab, affermando che erano talmente rigorose da pensare di riprodurle nel suo laboratorio…

La Anderson, infatti, spiega che, essendo il biolab di Wuhan tra i pochi accreditati al massimo livello di sicurezza, “richiede che aria, acqua e rifiuti vengano filtrati e sterilizzati prima di lasciare la struttura. C’erano protocolli e requisiti rigorosi volti a contenere i patogeni studiati e i ricercatori dovevano fare 45 ore di formazione prima di essere autorizzati a lavorare in modo indipendente in laboratorio”.

“Entrare e uscire dalla struttura era attentamente monitorato. L’uscita era particolarmente complessa a causa dell’obbligo di fare sia una doccia chimica che una doccia personale, con tempi pianificati con estrema precisione”.

“Il laboratorio di Wuhan utilizza un metodo ad hoc per produrre e monitorare quotidianamente i suoi disinfettanti, un sistema che la Anderson ha pensato di introdurre nel suo laboratorio. [Durante il lavoro, inoltre] È stata collegata tramite un auricolare ai colleghi del centro di comando del laboratorio, cosa che consentiva una comunicazione costante e una vigilanza sulla sicurezza, protocolli ideati per garantire che nulla andasse storto”.