24 Giugno 2021

Lo strapotere delle Big Tech e la nuova Antitrust Usa

di Eleonora Piergallini

La scorsa settimana, la nomina di Lina Khan alla guida della Federal Trade Commission, l’antitrust americana, ha suscitato enorme scalpore per via delle sue note posizioni contro le Big Tech. La nomina della Kahn porta a sperare che, dopo anni di pressioni sull’industria tecnologica, si possa arrivare a realizzare una legislazione che ponga un effettivo limite al suo strapotere, non solo negli Usa.

L’attacco spuntato

Secondo un articolo di Axios, infatti, circa tre anni e mezzo fa sarebbe iniziato un attacco alle industria tech, tanto che l’allora presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti Tom Donohue si era detto preoccupato che questo techlash si poteva tradurre in un eccesso di regolamentazione che avrebbe soffocato l’innovazione e fermato i progressi dell’industria tecnologica.

Lo stesso articolo, però, registra che, lungi dall’essere giunti a un eccesso di regolamentazione, “dopo tre anni e mezzo, il contraccolpo degli Stati Uniti contro le più grandi aziende tecnologiche non è riuscito a intaccarle o a scoraggiarle. Oggi, Google, Apple, Amazon e Facebook sono immensamente più ricche, più potenti e più determinate a far entrare sempre più i loro prodotti e i loro servizi nelle nostre vite, più di quanto non accadesse nel gennaio 2018”.

Dal 2018, infatti, le aziende in questione sono state sottoposte a una moltitudine di denunce da parte delle autorità; i loro amministratori delegati sono stati convocati regolarmente a Capitol Hill e sottoposti a lunghi interrogatori; sono state citate in giudizio con l’accusa di monopolio dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e dalle autorità similari dell’Unione Europea; hanno dovuto pagare multe salate [ma incomparabili ai guadagni ndr.] e si sono attirate l’odio di entrambi gli schieramenti del Parlamento americano; contro di loro sono stati prodotti vari documentari e sono stati pubblicati innumerevoli libri sugli effetti distruttivi dei social media su giovani e bambini. Eppure, come scrive Axios, “finora l’assalto ha a malapena scalfito la scintillante fiducia in sé stesse di queste aziende”.

Nuove norme, stessa musica

Anzi, lo scorso maggio, come riporta un articolo di The Intercept, al Senato Usa è stato presentato un disegno di legge che invitava il Dipartimento per il commercio degli Stati Uniti a varare una serie di nuove restrizioni che andassero a limitare i tentativi dei governi di tutto il mondo di sfidare il potere monopolistico delle aziende tecnologiche.

Nello specifico, una particolare proposta contenuta nel disegno di legge, viene modificato il Trade Act del 1974 al fine di sostenere la lotta delle Big Tech contro la censura internazionale online. Per giustificare la necessità di tali provvedimenti i senatori Wyden e Crapo, promotori del disegno di legge, si sono appellati alle politiche di censura che la Cina ha messo in atto contro gli Stati Uniti, ma “alcuni critici sostengono che sia in realtà un provvedimento destinato a respingere gli sforzi che tutti i Paesi del mondo stanno facendo nel tentativo di tutelare la privacy degli utenti.” Questi tentativi di intensificare la legislazione sulla privacy sono infatti ormai “una minaccia per il modello di business tecnologico”.

Dietro il contenimento della Cina, i favori alle Big tech

Il senatore Wyden, uno dei sostenitori del disegno di legge, ha risposto che “sfortunatamente, alcune persone sembrano fraintendere il senso dell’emendamento”, ma Matt Stoller, esperto di antitrust e direttore della ricerca dell’American Economic Liberties Project, intervistato da The Intercept, pone così la questione: “Se si trattasse solo della Cina e non di un palese aiuto alle Big Tech, quella sezione del disegno di legge sarebbe stata scritta esplicitamente solo per colpire la Cina”. Infatti, “quando si parla di censura, a meno che non la si definisca molto chiaramente, si apre la porta a una lettura molto favorevole […] del Primo emendamento per le aziende”.

E le aziende americane, soprattutto le potenti Big Tech, hanno sempre giocato su tali ambiguità. Il Primo emendamento della Costituzione americana, infatti, tutela la libertà di espressione, ma “la libertà di parola delle persone e la libertà di parola delle aziende non sono sinonimi, anzi spesso sono concetti in contrasto tra loro. Le corporazioni del digitale hanno a lungo fatto affidamento su rivendicazioni basate sulla difesa del Primo Emendamento per sfidare qualsiasi regolamentazione che possa minacciare la loro prospettive di lucro”.

Il disegno di legge comprende altre proposte di sgravi fiscali che se certo vanno a sfavore alla Cina, sono anche molto favorevoli alle Big Tech. La nomina di Lina Kahn fa sperare che la nuova attenzione verso l’industria tecnologica riesca a produrre qualche norma che possa in qualche modo limitarne lo strapotere.

Sul punto ha fatto scalpore l’intervento della senatrice Elizabeth Warren, che ha messo da tempo le Big Tech nel mirino, che tempo fa, commentando la censura contro Trump (1), pure suo irriducibile avversario, ha dichiarato che queste aziende “agiscono come se fossero più importanti dei governi“. Il punto è tutto qui: se la Politica, che almeno formalmente è espressione della volontà popolare, abbia più o meno potere di questi colossi che non rispondono a nessuno se non agli interessi dei loro dirigenti (quando non sono usati da poteri oscuri per fini altrettanto oscuri).

(1) La dichiarazione della Warren è giunta dopo le presidenziali. Prima, durante l’accesa competizione politica, era impossibile, nonostante tale censura sia stata applicata su larga scala contro l’allora presidente; iniziativa che ha reso evidente la verità insita nella sua denuncia.