21 Giugno 2021

Le mille luci di Dubai e la morte di Alaa

La morte di un oppositore politico, in genere, fa notizia, per Alaa al-Siddiq c’è solo silenzio. Ciò perché la sua attività in favore dei diritti umani non si è svolta contro autorità di Stati che i media e la politica occidentale classifica come autoritari, ma nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, prezioso alleato dei Paesi “liberi”, ai quali devolve le sue ingenti ricchezze (le prestigiose squadre di calcio sponsorizzate “Fly Emirates” sono vetrina e simbolo di tali emolumenti).

Non solo, Abu Dhabi, insieme a Dubai (sempre emiratina), è punto di incontro e di scambio privilegiato tra la Finanza occidentale e quella araba, che qui si confondono in un intreccio inestricabile le cui zone d’ombra nascondono inconfessabili segreti.

Da qui l’indulgenza dell’Occidente verso quanto si consuma in questo Paese, dove gli oppositori del sistema sono zittiti o peggio. Alaa era la più importante tra questi, come spiega l’Ong Democracy for the Arab World Now (DAWN), che ricorda come il padre della donna, Muhammed al-Siddiq, sia segregato in un carcere emiratino dal 2013.

Alaa, fuggita dal proprio Paese, si era rifugiata in Qatar, che negli ultimi anni ha conosciuto un aspro contrasto con i Paesi del Golfo, e da lì aveva proseguito la sua attività in favore degli oppositori del suo Paese.

L’emiro del Qatar, si legge su al Jazeera, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ha affermato che nel 2015 si era verificata una disputa tra il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti riguardo la moglie di un dissidente politico”.

“Abu Dhabi aveva inviato un suo messaggero all’emiro del Qatar […] per chiedere che la donna in questione fosse consegnata alle autorità degli Emirati, richiesta respinta dal sovrano del Qatar”.

“Sebbene sia rimasto un segreto, Abdullah al-Athbah, capo-redattore del quotidiano qatariota al-Arab, ha successivamente rivelato che la persona che gli Emirati cercavano di riportare in patria era Alaa”.

Alaa è morta a Londra, in un incidente automobilistico che a tanti è apparso sospetto. DAWN ha chiesto alla polizia britannica di avviare un’indagine sull’incidente, anche “alla luce del fatto che Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Bahrain hanno preso di mira con certa violenza gli attivisti rifugiati nel Regno Unito e altrove nel mondo”.

D’altronde i sospetto è legittimo: la pratica di liquidare persone scomode tramite “incidenti” non appartiene solo ai film.

Al Jazeera riferisce che Khalid Ibrahim, direttore esecutivo del Centro per i diritti umani del Golfo, ha dichiarato al quotidiano britannico Telegraph che Alaa, come altri oppositori, era a “rischio”. E un amico della donna ha confidato allo stesso quotidiano che recentemente ella aveva “ricevuto minacce di morte”.

Ma al di là delle cause della morte della donna, la cui versione ufficiale difficilmente verrà ribaltata, resta che il suo decesso ha rischiarato per un momento, e solo in alcuni angoli della terra, la dura realtà che si nasconde dietro le accattivanti luci emiratine e di altri Paesi del Golfo.

E, allo stesso tempo, mette in risalto le imbarazzanti ambiguità dell’Occidente e delle narrazioni dei suoi media, che sulla vicenda hanno osservato la consegna del silenzio.

E ciò nonostante il fatto che la sua storia, al di là delle cause della morte, avrebbe ben meritato qualche riga, fosse solo per l’appassionata campagna sulla necessità di un nuovo ruolo delle donne in politica dispiegata dagli stessi organi di informazione.

Peraltro, tale silenzio contrasta in maniera stridente con le dure critiche che negli  stessi giorni sono state espresse verso “l’oscurantista” governo iraniano, che, alla luce di quanto scritto in questa nota, se non altro è in buona, o cattiva, compagnia.

Per non parlare delle indignate proteste che accompagnano la vicenda di Navalny, la cui asserita “persecuzione” da parte delle autorità russe sembrano meritare quelle sanzioni negate ad altri e più fortunati Paesi.

il mondo è complesso, così come le narrazioni che lo descrivono.

Come nota a margine val la pena registrare che l’Arabia Saudita, in nome e per contro dei Paesi del Golfo (di cui è nazione guida non solo spirituale), in questi giorni ha ripristinato i suoi rapporti con il Qatar, interrotti nel 2017, quando il principe ereditario Mohammad bin Salman ebbe l’improvvida idea di aggiogare Doha, con una serie di iniziative economico-diplomatiche che per poco non sfociarono in una guerra. Uno sviluppo che di certo ha privato Alaa di coperture pregresse, e probabilmente gli hanno procurato impreviste difficoltà.