12 Giugno 2021

Il G-7 sfida la Cina... e gli Usa rassicurano Pechino

Il G7 di Biden, tradotto: tutti contro la Cina“. Questo il titolo di un articolo del Foglio che sintetizza perfettamente quanto si sta consumando al vertice dei sedicenti Grandi,  che tali non son più da quando il baricentro del mondo si è spostato verso l’Asia.

Al di là degli errori di prospettiva, il titolo in questione fotografa la realtà, perché scopo di questo viaggio di Biden non è il lancio dell’Agenda Green, sulla quale non deve convincere nessuno perché convinzione condivisa, quanto intruppare l’Europa nella crociata anti-cinese così da renderla più ancillare a Washington e porre fine al suo recente ondivagare.

La crociata anti-cinese

D’altronde è uno schema che si ripete dal Dopoguerra, con l’Europa che si rese unita per rendersi indipendente dall’America e farsi ponte tra questa e l’allora Unione sovietica – a beneficio della distensione globale – e gli Usa che hanno contrastato tale prospettiva usando dell’anti-comunismo militante, di segno opposto al comunismo militante, ma egualmente dogmatico nella sua irriducibilità.

Non è chiaro se al G-7 si procederà anche a chiedere una nuova indagine sull’origine del Covid-19, come ipotizzato da tanti media, anche se in realtà non è la sede adatta a lanciare tale sfida, peraltro già avviata in sedi più opportune e già delineata nelle sue conclusioni, ché l’imputato, cioè la Cina, è colpevole in partenza.

Ma al di là di questa possibile particolare asperità, la sfida alla Cina resta e i gioiosi partner-clienti degli Stati Uniti vi si sono intruppati con entusiasmo, nonostante le ritrosie del caso, declinate in vario modo a seconda degli interessi delle singole nazioni.

Gli Usa alla Cina: fateci fare affari

Resta, però, che mentre assordante batte la grancassa maccartista, che individua come “traditori del popolo” quanti sostengono la necessità di un rapporto meno conflittuale con Pechino (bizzarrie dell’anticomunismo militante), in realtà l’America si muove con certa spregiudicatezza, intessendo rapporti con Pechino che vogliono negare ai suoi clienti.

Così giovedì la Segretaria del Dipartimento per il Commercio degli Stati Uniti, Gina Raimondo, ha avuto un colloquio con la sua controparte cinese, nel corso del quale ha declinato le usuali riprovazioni contro Pechino, ma, allo stesso tempo, come da comunicato del Dipartimento in questione, chiarendo “la necessità di livellare il campo di gioco per le società statunitensi in Cina“.

Insomma, ha chiesto ai cinesi di permettere alle aziende degli Stati Uniti di fare affari in Cina… E ciò mentre le aziende cinesi sono pesantemente sanzionate in Occidente…

Ma al di là delle ironie del caso, val la pena riferire che tale colloquio è stato descritto come uno “scambio di opinioni schietto e pragmatico”, e ciò fa intravedere che al di sotto e al di sopra del maccartismo venduto dalla propaganda e dai media, l’amministrazione Usa non approccia in modo altrettanto schematico e barbarico la questione. A beneficio del mondo.

Le urgenti questioni globali di Blinken

Non solo i colloqui commerciali, di interesse annotare che nelle stesse ore in cui al G – 7 sembrava si affilassero le armi per una sfida dalla conflittualità potenzialmente ingestibile con il Celeste impero, Antony Blinken si premuniva di rassicurare la leadership cinese che gli americani non erano matti (1) come potevano apparire.

Così riportiamo il tweet del Segretario di Stato americano dell’11 giugno, relativo alla sua conversazione telefonica con Yang Jiechi, Direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale degli Affari Esteri di Pechino: “Conversazione costruttiva oggi con il direttore della Repubblica popolare cinese Yang Jiechi su urgenti questioni globali. Riguardo le sfide globali continueremo a esercitare una diplomazia pratica e orientata ai risultati con Pechino”.

In questo intrecciarsi inestricabile di conflittualità e pragmatismo sta tutta la nuova amministrazione Usa, che in questo ricalca non poco la pregressa presidenza. Nella sostanza, ovviamente, che nella forma i due presidenti non potrebbero essere più “radicalmente diversi“, come ha detto Putin alla vigilia del suo prossimo incontro con Biden.

Resta, però, la curiosità per quelle tre parole del tweet di Blinken: “urgenti questioni globali“, che suonano alquanto drammatiche. Non ci cimenteremo su una loro impossibile decrittazione, ci limitiamo a declinare i nodi più cruciali  dell’agenda internazionale dei prossimi giorni (che quindi giustificherebbero l’urgenza in questione).

Lasciamo al lettore la possibilità di accostare le parole di Blinken a uno di essi o, magari, a tutti nel loro complesso: nuovo governo israeliano con (temporanea?) estromissione di Netanyahu dal potere; prossimo, possibile, accordo Usa – Iran sul nucleare (di ieri la revoca di alcune sanzioni contro Teheran, segno di un avanzamento dei lavori negli incontri tra le parti che si susseguono a Vienna); incontro Putin – Biden.

(1) Sulla follia di questo contrasto all’ultimo sangue all’asserita minaccia cinese, rimandiamo alle parole dell’ex Capo del Mossad Yossi Cohen, riferite nella nota pregressa.