11 Giugno 2021

Biden in Europa, poi da Putin ed Erdogan

“L’America è tornata”. Così Biden prima di intraprendere il suo primo viaggio al di fuori degli Stati Uniti, che lo vedrà incontrare, dopo il premier britannico, i leader dell’Unione europea, Vladimir Putin, Recep Erdogan, e lo porterà a presenziare il vertice Nato.

La frase citata è la stessa che ha detto dopo aver vinto le elezioni, ma evidentemente ha ritenuto di doverla ripetere prima del viaggio che ha lo scopo di cancellare dalla storia l’isolazionismo di Trump.

Morto l’isolazionismo di Trump, restano però vive tante delle sue politiche, anche se con sfumature diverse: la difesa della produzione americana, anzitutto, che va di pari passo con la guerra, non solo commerciale, alla Cina; la mano tesa alla Russia; il contrasto all’immigrazione (una conversione postuma questa, e coperta da retorica di segno contrario) e tanto altro.

Di diverso, in fondo, non c’è altro che il riconoscimento dell’importanza dei rapporti con l’Europa e la svolta green, che Biden ha posto come minaccia primaria degli Stati Uniti, corretto il giorno dopo dal generale Mark Milley, Capo dello Stato Maggiore dell’Us Army, il quale gli ha ricordato che le minacce primarie restano Russia e Cina (“Se mi sbaglio mi corrigerete“, per citare una frase famosa).

Al di là della correzione, Biden viene a rilanciare i rapporti con la Ue, nel solito summit che non serve più o meno a nulla se non a far girare le foto sorridenti dei leader degli Stati “clienti” chiamati a rendere omaggio al nuovo imperatore.

Significativo che a tale incontro Biden abbia anticipato, come un Trump qualsiasi, l’incontro con Boris Johnson, con tanto di firma di una nuova Carta Atlantica che rilancia il rapporto privilegiato tra Gran Bretagna e Stati Uniti. Un altro successo di Johnson, dato che il rilancio dell’anglosfera, proprio della Brexit, doveva mettere in cascina tale passaggio.

Quanto ai leader dell’Unione europea, essi volentieri si presteranno alla photo opportunity, che Washington ha pagato con il placet al North Stream 2, cioè al dominus di tale variegata comunità geopolitica (la Germania).

E, nell’occasione, i primi ministri della Vecchia Europa vergheranno altrettanto volentieri il contratto che Biden sottoporrà loro, che prevede, oltre all’ovvio rilancio dei rapporti e l’adesione alla crociata anti-cinese (e, in subordine, anti-russa), utile a rinsaldare i rapporti di vassallaggio verso gli Usa, anche la svolta green, della quale sono entusiasti.

Certo, un summit non fa primavera, da qui un prosieguo ambiguo dell’intruppamento anti-russo e soprattutto anti-cinese – i cui soldi “puzzano” a intermittenza -, ma questa è un’altra storia.

Importante anche il vertice Nato, dato che tale organo, inutile per Trump, appare strumento indispensabile invece al nuovo corso anti-cinese, che si avvale del solo bastone, troppo forte la canea maccartista per contraddirla.

Importante anche l’incontro con Erdogan, che servirà ad appianare antiche divergenze, che risalgono ai tempi in cui l’America di Obama, di cui Biden era Vice, fu accusata dal sultano di aver tramato per esautorarlo tramite golpe.

Era il lontano 2016 e da allora il rapporto si è complicato non poco, anche per l’acquisto degli S-400 russi, deplorato dagli Usa, e la conseguente estromissione di Ankara dal progetto avionico relativo agli F-35.

Resta da vedere se l’incontro col presidente turco sortirà l’effetto di temperarne le velleità, che tanta destabilizzazione hanno portato in Asia, dal Medio oriente (guerra Siria, protezione dell’enclave terrorista di Idlib, contrasto ai curdi in Siria e Iraq), allo spazio ex sovietico (sostegno all’aggressione dell’Azerbaijan contro l’Armenia), all’Africa (guerra libica), e perfino in Europa (scontro con la Grecia etc). Dubitarne è legittimo.

Per tornare alla crociata anti-russa e anti-cinese, appare ovvio che l’incontro con Putin ha come scopo quello di evitare nuove criticità a rischio di guerra atomica, un prodotto di anni di ambiguità sul tema.

Nel summit Biden eviterà però di mettere sul tavolo l’ipotesi di un allontanamento di Mosca da Pechino, illusione di alcuni strateghi americani che, avendo brandito la dottrina Brzezinski – che prevedeva di strappare l’Ucraina alla Russia per consegnare quest’ultima all’Asia – l’hanno regalata alla Cina. Bizzarra eterogenesi dei fini di una vittoria di Pirro.

Un rapporto meno conflittuale con la Russia ha anche lo scopo di favorire alcune politiche distensive che l’America non può chiudere da sola e che pure sono state messe sul tavolo da Biden, dall’intesa con l’Iran alla fine della guerra in Yemen. Su questo e altro esistono convergenze parallele Mosca – Washington, ma è duro lavoro sottotraccia.

Di interesse, come nota a margine, registrare che alla vigilia del viaggio i sauditi hanno annunciato di aver sospeso i raid in Yemen per dare spazio ai colloqui di pace. Un piccolo passo, forse fatuo come altri ma non per questo insignificante, che va nella direzione suddetta.

Sulla fatuità della crociata anti-cinese, sembra interessante, a conclusione di questa nota, riferire il pensiero dell’ex capo del Mossad israeliano, Yossi Cohen, non certo un pericoloso comunista né una “mammola” e che certo sa come gira il mondo, il quale ha dichiarato: “Non capisco cosa vogliono gli americani dalla Cina. Se qualcuno lo capisce, dovrebbe spiegarmelo. La Cina non è contro di noi e non è un nostro nemico […] gli allarmi riguardo la sicurezza relativi ai cinesi sono uno scherzo, sono completamente folli” (Haaretz). Non rassegnarsi alla follia del momento è già tanto.