9 Giugno 2021

Domenica il voto di fiducia per il nuovo governo israeliano

Il 14 giugno il Parlamento israeliano è chiamato a dare la fiducia al nuovo governo di unità nazionale che esclude Netanyahu. Grande la tensione nel Paese, dato che né Netanyahu né i suoi si rassegnano al cambio di guardia, da cui un clima di intimidazione denunciato dagli esponenti della nuova coalizione.

A dare l’allarme su possibili attentati politici è stato anche il capo dello Shin Bet (servizio segreto militare), che ha rilasciato una rara dichiarazione pubblica in proposito.

Ma né il clima di intimidazione, né le pressioni hanno sfaldato l’unità raggiunta dalla  coalizione, come ha rivelato l’incontro tra i leader dei partiti che la compongono (che vanno dall’ultra-destra al centro-sinistra, incluso un partito islamista).

Se la coalizione tiene è perché lo scontro che si sta consumando vede un rapporto di Forze non più impari, come avveniva in passato, quando Netanyahu poteva disporre di Forze negate ai suoi avversari.

La sorprendente nota dell’Aipac

Lo denota anche un sorprendente comunicato dell’Aipac del quale ha scritto Anshel Pfiffer su Haaretz. L’American Israel Public Affairs Committee, infatti, si è affrettato a congratularsi col nuovo governo israeliano prima ancora che riceva la fiducia alla Knesset.

Come annota Pfeffer, nessun Capo di Stato straniero lo ha fatto, dal momento che giustamente tutti aspettano, come si suol dire, che il nuovo primo ministro abbia messo saldamente “i piedi sotto la scrivania”.

Così quello dell’Aipac, più che il riconoscimento di un dato di fatto appare un vero e proprio endorsement verso il governo di unità nazionale. Va ricordato che l’Aipac non è una delle tante associazioni ebraiche americane, alcune delle quali, quelle progressiste in particolare, sono apertamente avverse a Netanyahu, ma è l’Associazione per eccellenza, quella che da anni funge da trait d’union tra Washington e Tel Aviv e che rappresenta Israele negli Stati Uniti, rapportandosi sia con i democratici che con i repubblicani.

Pfeiffer scrive che il comunicato evidenzia l’insofferenza dell’Aipac verso l’attuale premier, pure sempre presente e applaudito alle loro conferenze. In realtà, dietro le quinte, nei colloqui privati, i membri dell’Aipac non sarebbero molto contenti di tali performances, e “sarebbero molto felici se Netanyahu non partecipasse più a una loro conferenza”.

Infatti, sarebbero coscienti che “durante gli anni di Trump, nonostante le manifestazioni pubbliche, Netanyahu parlava male di loro in privato, dicendo che non aveva più bisogno dell’Aipac dal momento che ormai a New York è forte e, inoltre, perché ha dalla sua parte i cristiani evangelici. L’unica cosa per cui l’Aipac era utile, per Netanyahu, almeno sotto Trump, era controbilanciare i gruppi ebraici liberali più critici come J Street”.

“Questo, ovviamente, – prosegue il cronista – non è il modo con cui l’Aipac vede il suo ruolo. Non vuole essere solo un mero strumento del primo ministro per la politica interna delle comunità ebraiche. I suoi grandi si considerano i guardiani del sostegno bipartisan a Israele” e hanno registrato con disappunto l’aperta lotta del premier contro Obama.

Insomma, non solo l’attuale amministrazione Usa, ma anche gli ebrei americani, a parte alcuni ambiti di destra, sembrano ansiosi di voltar pagina.

Navigazione a ostacoli

Da vedere se ciò sarà sufficiente a mettere da parte il “Mago” israeliano, che potrebbe riservare amare sorprese ai suoi antagonisti, sia facendo mancare il voto di fiducia (basta la defezione di un solo esponente della coalizione), e che porrà forti criticità alla navigazione del futuro governo.

Criticità che inizieranno due giorni dopo l’eventuale fiducia, giorno in cui in Israele si svolgerà la marcia degli ultra-nazionalisti che già ebbe modo di incendiare i rapporti tra ebrei e arabi, accendendo la miccia della guerra di Gaza.

Prevista in questi giorni, è stata saggiamente rimandata, dal momento che avrebbe potuto vanificare il processo politico in corso. Piccola vittoria della coalizione anti-Netanyahu, che però potrebbe non bastare.

Solo un esempio dei tanti scogli che dovrà superare il nuovo, eventuale, governo, che sarà costretto a navigare a vista e dovrà evitare criticità che possano far esplodere le contraddizioni insite nella sua varia composizione.

Per quanto riguarda i rapporti tra Israele e palestinesi e la conflittualità regionale è bene non farsi illusioni: nel breve periodo non cambierà molto, dato che a guidare il governo per i primi due anni è chiamato Naftali Bennet, forse anche più estremo di Netanyahu e di certo meno pragmatico, caratteristica che spesso ha frenato le velleità del Mago.

Un freno che a Bennet dovrebbe arrivare dagli altri membri del governo, in particolare dagli esponenti di centro-sinistra, anche se in questi anni essi hanno imparato a non esporsi troppo e ad assecondare certe spinte un tempo appannaggio della destra, in particolare sulla Sicurezza, parola sempre più omnicomprensiva.

E, però, è probabile che possano riaprirsi dibattiti dati ormai per finiti, in particolare sul destino della Palestina, questione che in America e nel mondo resta fortunatamente aperta.

E forse si può sperare che anche la conflittualità regionale, liberata dalle ristrettezze antropomorfe, cioè la mera sopravvivenza di Netanyahu al potere, possano trovare, se non una impossibile ricomposizione, almeno una gestione più controllata.

Sempre se il nuovo governo s’insedierà. E sempre se riuscirà a impedire a Netanyahu di tornare sugli scudi a breve. Ha ancora molte frecce nel suo arco.