1 Giugno 2021

Israele: sale la tensione in attesa del governo di cambiamento

A sx Yair Lapid, a dx Naftali Bennett

Domani dovrebbe essere dato l’annuncio del nuovo governo israeliano, il primo dal 2009 senza Netanyahu, che dovrebbe insediarsi dopo una settimana. Alla fine il leader di Yamina ha accettato la proposta di Lapid, che ha ricevuto l’incarico di dare un nuovo governo al Paese.

Sarà proprio Bennet a guidare tale governo, che sarà composto da partiti di ultra-destra, Yamina, di destra, Israel Beitenu e New Hope, di centro, Khaol Lavan e Yesh Atid, di sinistra, laburisti e Metetz, e può contare sul sostegno aperto del partito islamista Ra’am, e quello tacito della Joint list araba.

Un vero e proprio puzzle, il cui unico collante è porre fine all’era Netanyahu, che di una vera e propria era si tratta nonostante siano solo dodici anni.

Sotto la sua guida, infatti, Israele è cambiato radicalmente, virando decisamente a destra sia a livello politico che sociale; la prospettiva di uno Stato palestinese è quasi scomparsa dall’orizzonte; il Medio oriente ha conosciuto nuove instabilità causate dalle sue improvvisazioni; il rapporto con l’America si è fatto controverso, mentre quello con l’Europa si è dilavato, dato che Netanyahu lo reputa poco rilevante.

Lo spettro di Rabin

Data la natura variegata del nuovo governo, è naturale che vi siano problemi di composizione, ma gli ostacoli dovrebbero essere superati proprio in virtù del comune rigetto verso Netanyahu: quanti hanno aderito alla nuova prospettiva sanno che se la nave non andrà in porto finiranno sugli scogli, con urto assai doloroso.

Netanyahu si difende con le unghie e con i denti e il Paese è attraversato da pericolose tensioni sociali, come riferiscono i media israeliani. Riportiamo dal Times of Israel: “I parlamentari hanno ricevuto messaggi sui loro telefoni cellulari che avvertivano: ‘Trasformeremo le vostre vite in un inferno’ per “voi e i vostri figli’, mentre altri messaggi minacciavano: ‘non conoscerete pace’ e ‘renderemo le vostre vite impossibili’.

A essere presi di mira, in particolare, gli eletti di Yamina, ai quali è stata rafforzata la scorta. Le accuse mosse da Netanyahu e dalla piazza contro i loro avversari sono variegate, ma la più pericolosa è quella di aver “tradito” la causa israeliana.

Riportiamo la conclusione dell’articolo citato: “L’incitamento politico, e in particolare l’uso della parola ‘traditore’, è cosa controversa in Israele in quanto è stata l’accusa mossa dai manifestanti di destra contro il primo ministro Yitzhak Rabin prima che fosse assassinato nel 1995 da un esponente della destra, estremista ebreo. L’incitamento contro Rabin, che veniva regolarmente chiamato traditore dai manifestanti, ha contributo a causare il suo assassino”.

A ricordare Rabin anche Benny Gantz: “Il fatto che dei politici eletti siano minacciati per la loro partecipazione a dei processi democratici solleva una grande preoccupazione sul fatto che non abbiamo imparato la lezione, né dell’odio immotivato che ha accompagnato la storia ebraica né dall’omicidio di Rabin” (Times of Israel).

La lotta di Netanyahu

Paese lacerato, dunque. Su Haaretz Amos Harel cerca di capire quale “coniglio” potrebbe tirare fuori dal cilindro Netanyahu per trattenere lo scettro.

“La sinistra – scrive – immagina scenari paranoici che comportano una provocazione contro l’Iran, il Libano o Gaza. Ma non sembra probabile. I capi delle varie forze di Sicurezza sembrano essere abbastanza fiduciosi di poter contrastare qualsiasi mossa irresponsabile da parte di chiunque”.

A preoccupare di più il cronista sono le tensioni sociali, che potrebbero far esplodere il Paese. Anzitutto la possibilità di un omicidio politico, riprendendo i timori di cui sopra; poi la possibilità che le forze di Sicurezza leali a Netanyahu, in particolare la polizia, possa ripetere quanto avvenuto prima della recente guerra di Gaza, con ulteriori escalation tra arabi ed ebrei; infine la possibilità che qualche estremista possa compiere qualche atto criminale contro gli arabi.

Su quest’ultimo punto scrive: ciò che sta avvenendo “ricorda in qualche modo l’atmosfera che attanagliava l’estrema destra alla vigilia del disimpegno da Gaza nell’estate del 2005. C’era gente che credeva che attaccare gli arabi avrebbe potuto fermare il ritiro, e il risultato furono i gravi attacchi nella zona industriale di Shiloh e contro un autobus a Shfaram, che provocarono la morte di otto persone”.

E conclude: “Nel corso della prossima settimana, nel bel mezzo di un’inusuale crisi politica e con la violenza tra arabi ed ebrei ancora fresca del mese scorso, dobbiamo considerare la possibilità che un individuo solo giunga alla conclusione errata che possa da solo cambiare il corso degli eventi”. Dove importante è la parola “errata”.

N.B. Resta la possibilità che si riapra il conflitto di Gaza, ma sembra improbabile. Non solo per la recente visita del Segretario di Stato americano Anthony Blinken in Israele, che ha rafforzato la tregua, ma anche per la missione intrapresa dal capo dell’intelligence egiziana, il quale si è recato a Gaza per incontrare i leader di Hamas. Più che probabile che si sia coordinato con gli Stati Uniti, che all’Egitto si sono rivolti per mediare.

Nulla si sa di questo dialogo sottotraccia, ma sembra aver dato frutti: Gantz ha dichiarato che la ricostruzione di Gaza sarà subordinata alla liberazione di alcuni israeliani prigionieri di Hamas. Il movimento islamista ha comunicato la sua disponibilità a tenere “negoziati immediati” per uno scambio di prigionieri.

E da Anadolu di oggi: “Delegazione israeliana in visita in Egitto per colloqui sullo scambio di prigionieri”.