29 Maggio 2021

La visita di Blinken in Israele

La visita di Anthony Blinken in Israele ha rafforzato il cessate il fuoco. Dopo l’ultimatum di Biden, che ha chiesto con fermezza a Netanyahu di porre fine alla guerra, il Segretario di Stato americano è stato inviato a Tel Aviv per evitare imprevisti, come si evince anche dalle parole con cui si è congedato: ha detto infatti che proseguire sulla via degli sfratti a Sheikh Jarrah avrebbe riacceso gli scontri (Times of Israel).

I dolori di Netanyahu

Ad alimentare le tensioni è stata proprio la controversia nata in tale quartiere di Gerusalemme, che ha visto lo sfratto di alcune famiglie palestinesi in base a un diritto di proprietà precedente la guerra del 1948 preteso da ricorrenti ebrei (Piccolenote).

Tensioni portate al parossismo dagli scontri nati successivamente nei pressi e dentro la moschea di al Aqsa, tra palestinesi e polizia. Insomma, Blinken ha chiesto, probabilmente con fermezza, a Netanyahu di evitare iniziative incendiarie.

Allo stesso tempo ha dichiarato la disponibilità Usa a ricostruire Gaza, specificando che gli aiuti saranno destinati alla popolazione e non ad Hamas.

Visita importante, quella di Blinken, perché avvia la nuova politica americana rispetto al suo alleato mediorientale, al quale sta chiedendo un nuovo approccio alla tragedia palestinese.

Querelle antica, ma anche nuova, dati i morti che semina ogni giorno, come denotano gli scontri che ancora imperversano nel Paese.

Paese lacerato, che ha accolto con indignazione un passo del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite che non solo ha aperto un’indagine sul recente conflitto per verificare se Israele e Hamas abbiano commesso crimini di guerra, ma ha anche aperto un’inchiesta permanente sulla violazione dei diritti umani verso i palestinesi, prima iniziativa di portata così ampia.

Non servirà a nulla, ovviamente, sul piano pratico, ma è pur vero che Israele deve tutelare la sua immagine. E un’eventuale condanna per crimini di guerra, peraltro probabile, non giova alla causa, come anche una denuncia continuata riguardo possibili violazioni dei diritti umani.

Se la politica israeliana fa fronte unito contro l’iniziativa, è ovvio però che gli avversari di Netanyahu la useranno come arma politica contro di lui, al quale rimproverano, tra l’altro, proprio il logoramento dell’immagine del Paese e dei rapporti internazionali.

Tra l’altro questa guerra ha posto criticità a due dei più grandi successi che Netanyahu si attribuisce: gli Accordi di Abramo siglati con alcuni Paesi arabi e di aver relegato la causa palestinese a problema insignificante per la geopolitica globale.

Il conflitto ha inflitto un duro colpo agli Accordi: se è vero che gli affari andranno avanti, anche se con più circospezione, con i Paesi firmatari, quella valanga di adesioni di altri Paesi, prospettata come inevitabile, è ormai aleatoria.

Così la causa palestinese, morta nel dibattito geopolitico globale fino a qualche giorno fa, è esplosa come non si vedeva da anni, diventando tema cruciale del mondo.

Blinken e la distanza tra Biden e Netanyahu

La visita di Blinken ha poi manifestato ancor più le distanze che separano l’amministrazione Usa dal premier israeliano, cosa già evidenziata dal ritardo col quale Biden ha esperito l’usuale telefonata post – insediamento alla Casa Bianca al suo alleato mediorientale, che ha dovuto attendere un mese.

Interessanti due aneddoti raccontati da Yossi Verter per Haaretz. Il primo è l’invito alla Casa Bianca recapitato al presidente israeliano per il prossimo luglio. Al netto del “rapporto affettuoso” tra Biden e Rivlin, la precedenza accordata a lui sul primo ministro deve aver bruciato non poco a Netanyahu.

“Nel mondo concettuale di Netanyahu – scrive infatti Verter – che prevede che egli sia il primo ad andare in ogni paese, e specialmente dal presidente americano, non c’è umiliazione più dolorosa di questa”.

Il secondo aneddoto riguarda l’incontro di Blinken con Lapid, il rivale di Netanyahu, che il Segretario di Stato Usa ha voluto fosse senza testimoni e a porte chiuse.  “Tutti possono immaginare di cosa hanno parlato”, chiosa Verter.

Già, Lapid, che ora è impegnato in serrate trattative per dare al Paese un governo senza Netanyahu. Egli continua a tessere la tela, ma gli serve l’appoggio di Bennet, il leader di Yamina, che nicchia anche per le forti resistenze interne. Nel caso sarebbe lui il nuovo premier in un governo di coalizione, un’ipotesi che sembrava fatta prima della guerra e ora è evanescente.

Ma lo spettro di nuove elezioni dovrebbe alla fine porre fine alle esitazioni, anche perché un governo delle destre, quindi con Netanyahu, che lo includa non ha i numeri (avrebbe 59 parlamentari, ne servono 61 per la maggioranza, che potrebbero arrivare dall’appoggio di un partito arabo, ipotesi che però incontra il veto di un partito di ultradestra).

Durante il conflitto Bennet aveva chiuso alla prospettiva di un governo di unità nazionale, ma oggi si è incontrato con Lapid. Vedremo.

Nota a margine. Da segnalare due articoli di Haaretz sulla guerra di Gaza. Il primo, commovente, in cui ha pubblicato le foto di 67 bambini palestinesi vittime degli scontri. Articolo lodato perfino da al Manar, vicino a Hezbollah, a testimonianza di come anche un cenno di umanità può vincere l’odio.

Il secondo è di Noha landau sul “ritiro” di Israele da Gaza alla fine delle ostilità, espressione che alle orecchie della cronista suona come una “bugia“, essendo la Striscia una prigione a cielo aperto, con i prigionieri strettamente monitorati. Nessun ritiro, solo un ripiegamento.