25 Maggio 2021

Covid-19 e Wuhan: lo scoop virale del Wall Street Journal

Il coronavirus è stato creato nel laboratorio di Wuhan: questo lo scoop del Wall Street Journal che sta facendo il giro del mondo. A fondamento di tale notizia un rapporto di intelligence redatto durante la precedente amministrazione Usa, secondo il quale tre ricercatori del laboratorio di Wuhan si sarebbero ammalati a novembre del 2019, cioè prima dell’inizio della pandemia.

Scoop che ha acceso la furia di Pechino e alimentato controversie. Il fatto che la rivelazione si basi su un rapporto di intelligence, e dell’intelligence che ha da tempo Pechino del mirino, dovrebbe suscitare l’ironia del caso, ma i tempi in cui i media facevano il loro mestiere, accogliendo con criticità le fonti ufficiali, è ormai andato, ora che anche l’intelligence è fonte oracolare.

Non è un mistero, infatti, che l’intelligence possa essere affetta da “politicizzazione”, rischio sul quale dava l’allarme persino l’ex Segretario della Difesa Robert Gates in un messaggio agli analisti delle Agenzie Usa.

La pista bulgara e gli hacker russi

Un esempio lampante fu ad esempio la pista bulgara per l’attentato al Papa, che per anni tenne Bulgaria e Russia al centro del mirino e che un’indagine interna della Cia scoprì che era stata creata ad arte all’interno dell’Agenzia stessa.

Per restare in tema Covid-19, qualcosa di analogo è accaduto quando attacchi hacker hanno funestato i maggiori istituti di ricerca occidentali sul vaccino. “Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada affermano che le cyberspie russe stanno cercando di rubare la ricerca sul vaccino contro il coronavirus”, titolava il Washington Post. “La Russia sta cercando di rubare i dati sui vaccini contro i virus, dicono i Paesi occidentali”, riecheggiava il New York Times.

Accuse ovviamente basate su dettagliate informazioni di intelligence. E del tutto infondate, come ha dimostrato la cronaca, che ha visto la Russia precedere le presunte vittime, che comunque avrebbero dovuto arrivare prima, e con un vaccino che nulla ha a che fare con quello Pfizer-Biontech o Moderna, basati sull’Rna messaggero.

È di interesse notare che il report che rivela la malattia dei ricercatori di Wuhan non sia attuale, ma risalga ai tempi di Trump. Così l’amministrazione anti-cinese per eccellenza, che ha fatto di tutto per accreditare la tesi che il virus sia stato creato nel laboratorio di Wuhan, ha tenuto nascosta per mesi questa informazione tanto utile alla sua causa…

Interessante anche la posizione del dottor Fauci: lo zar anti-virus degli Stati Uniti, che durante la pandemia ha smentito decine di volte tale teoria, e che ora si sta spendendo per avvalorarla. Una conversione improvvisa, evidentemente folgorato anche lui sulla via di una qualche Damasco americana.

Tempi e modi di uno scoop fumoso
Di interesse anche la tempistica, perché lo scoop avviene, guarda caso, alla “vigilia di una riunione dell’organo decisionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che dovrebbe discutere la prossima fase di un’indagine sulle origini del Covid-19”.

Ovvio che, dopo tali rivelazioni, si deciderà per un approfondimento nel senso desiderato, nulla importando i risultati della precedente inchiesta dell’Oms, che aveva dato come “altamente improbabile” la fuga dal laboratorio.

Di interesse notare, inoltre, che anche lo scoop in sé è alquanto aleatorio. Si spiega, infatti, che i tre ricercatori si sarebbero ammalati con sintomi compatibili con il coronavirus o altre “malattie stagionali”, cioè l’influenza…

E che in Cina è normale l’ospedalizzazione. Peraltro una prassi ovvia nel caso di ricercatori di simili laboratori, ché, dati rischi connessi al loro lavoro, anche per una banale influenza devono fare controlli ben più accurati delle persone comuni (sicuramente avverrà anche per il personale dei biolab americani).

Una delle fonti del giornale, poi, riferisce che l’informazione è pervenuta da un’intelligence straniera, un’altra che sarebbe farina di indagini Usa; secondo una fonte non sarebbe molto dettagliata, anzi va verificata, secondo un’altra sarebbe l’opposto… insomma, tutto e il contrario di tutto, tanto da dare l’effetto di una cortina fumogena; un’allusione più che di una notizia vera e propria (tanto che la stessa Casa Bianca ha detto che non ha elementi per confermare lo scoop…).

D’altronde che la crisi pandemica sia stata viziata dalla geopolitica non è un mistero: per le nazioni sotto sanzioni occidentali, non alleviate nonostante i morti, ha avuto l’effetto di arma di distruzione di massa; la Russia si è vista negare la validità del suo vaccino solo per ragioni politiche; e tanto altro e più oscuro.

La guerra delle valute virtuali

Insomma, anche queste rivelazioni si situano nel quadro delle normali schermaglie della lotta tra Usa e Cina, che si è arricchita di una nuova variante, non meno esplosiva.

La Cina ha, infatti, dichiarato illegali i bitcoin e, dato che il 65% della produzione di questa valuta virtuale si trova sul suo territorio, ha causato un crollo del suo valore. Ciò avviene proprio quando la Goldman Sachs, la più importante istituzione finanziaria del globo, ha iniziato ad adottare le valute digitali.

Logico sviluppo della Finanza virtuale, destinato a incidere non poco sulle economie d’Occidente. E che lega ancor più le Big tech alla grande Finanza, con intreccio sempre più mostruoso.

Interessante, nel bando cinese, un’annotazione: per creare bitcoin serve un’enorme quantità di energia, sia per alimentare i computer che li producono che per i condizionatori necessari a raffreddare le macchine. “L’estrazione di bitcoin – si legge sul South China Morning Post – utilizza circa 121,36 terawattora all’anno, che è maggiore dell’energia totale utilizzata dall’Argentina, secondo un recente rapporto dell’Università di Cambridge”. A proposito del risparmio energetico richiesto ai comuni mortali…