15 Maggio 2021

La Cina è stata superpotenza 5 volte nella sua storia

La sonda cinese è atterrata su Marte, poco tempo dopo l’arrivo di quella americana. Una competizione cruciale, dato che lo sfruttamento delle risorse spaziali sarà decisivo in un futuro, forse più prossimo di quanto immaginiamo (non nel prossimo secolo, ma già dalla seconda metà di questo).

Immaginare che nel frattempo le due superpotenze possano mettere da parte le rivalità per convergere a beneficio del mondo al momento è esercizio ingenuo ché, anzi, la corsa rende più accese le conflittualità.

Non solo Marte: nel dare la notizia, il New York Times rileva che l’atterraggio della sonda cinese “segue il lancio da parte della Cina, nel mese scorso, del modulo centrale di una nuova stazione spaziale orbitante, nonché una missione di successo a dicembre che ha raccolto quasi quattro libbre di rocce e suolo dalla luna e lo ha portato sulla Terra. Il mese prossimo, il Paese prevede di inviare tre astronauti nello spazio, inaugurando quella che potrebbe diventare una presenza cinese regolare nell’orbita terrestre”.

Tale competizione non è che una parte – seppur destinata ad avere sempre più rilevanza, insieme alla corsa tecnologica – della competizione tra Washington e Pechino. Una rivalità che è troppo spesso consegnata alla propaganda, bloccata su narrazioni semplicistiche.

Di interesse, un articolo di Martin Jacques sul Global Times e il suo commento su Ria Novosti di Dmitry Kosyrev che, benché di parte, evidenziano alcuni aspetti trascurati dalle opposte narrazioni.

Martin Jacques è stato professore a Cambridge prima di trasferirsi a Pechino, esempio di una fuga di cervelli verso l’Impero d’Oriente o, se vogliamo, dell’attrazione che sta esercitando tale impero sulle “menti” occidentali, perché sembra offrire, almeno per alcune di queste, nuove opportunità, sia a livello scientifico che culturale.

Jacques spiega che la differenza fondamentale tra i due Imperi è rappresentata dalla diversa forma di governo, con la democrazia multipartitica che si contrappone al mono-partitismo cinese.

Modello che si propone come di portata universale quello occidentale, da cui la spinta a cambiare i sistemi di altri Paesi, contrapposto a un sistema che si accontenta di abitare un solo Paese, ché la Cina, anche dopo l’avvento del comunismo, e a differenza dell’Unione sovietica, non ha avuto la pretesa di esportare altrove il proprio modello.

Tale schema di contrapposizione, però, che appare definitivo, è in vigore solo dal ’45, dal momento che la democrazia liberale, pure precedente, ha più volte conosciuto regressioni, come il periodo precedente la Seconda Guerra, con tanti Paesi occidentali consegnati ad autoritarismi e dittature.

Non solo, tale modello è oggi pesantemente e progressivamente aggredito da varie spinte antidemocratiche, la più insidiosa delle quali è posta dalla Tecnofinanza, il cui dominio sta erodendo pesantemente le libertà democratiche, consegnando l’Occidente a un’oligarchia, peraltro niente affatto lungimirante e illuminata.

D’altra parte, il sistema che si è instaurato in Oriente è alquanto stabile nella sua struttura, ma non per questo bloccato come appare da un’analisi semplicistica. Jacques spiega che tale sistema è stato in grado di reinventarsi e creare prosperità nel corso dei millenni, dando vita a un Impero che per ben cinque volte è stato tra i primi due-tre Paesi del mondo per ricchezza e potenza: sotto “le dinastie Han, Tang, Song, i primi Ming e le prime dinastie Qing”.

“La ripresa ciclica della superpotenza cinese – commenta Kosyrev – è ben nota agli studenti del primo e del secondo anno di università specializzate. Sanno anche che l’impero, essendosi stabilito nei suoi confini attuali approssimativamente tra l’VIII e il X secolo, non cercò in alcun modo di conquistare il mondo o anche solo una parte di esso”.

“Ha semplicemente fatto i suoi affari, rimanendo – al culmine del suo potere – la più potenzialmente forte, inavvicinabile e invulnerabile potenza al mondo semplicemente in virtù delle sue dimensioni e della sua ricchezza. Non è nemmeno una superpotenza, al modo di quella britannica o americana, o addirittura romana: lo status di superpotenza è temporaneo. La Cina è una sorta di iperpotenza permanente”.

Un sistema “pragmatico” e resiliente, come dimostra anche l’ultima trasformazione, che ha consegnato la Terra di Mezzo al comunismo il quale, spiega Kosyrev, non è altro che un rinnovarsi del “sistema politico imperiale (anche Mao e gli altri dopo di lui sono imperatori, solo con un titolo diverso)”.

Non solo, anche l’Impero comunista cinese, apparentemente immutabile, è cambiato tanto in questi anni.

“Una critica fondamentale occidentale al sistema di governo cinese – scrive Jacques – è che, in quanto sistema monopartitico, non offra scelta; che solo un sistema multipartitico, con l’alternanza dei partiti al potere, assicura. Ma l’evidenza suggerisce il contrario. La transizione da Mao Zedong a Deng Xiaoping ha visto un enorme cambiamento nella politica e nella filosofia, con l’abbraccio del mercato, accanto allo stato e alla pianificazione, e il rifiuto del relativo isolamento in favore dell’integrazione della Cina con il mondo. Il cambiamento fu più profondo e di vasta portata di qualsiasi altro intrapreso da una democrazia occidentale dal 1945 a oggi”.

Capire il passato aiuta a leggere il presente: si comprende, cioè, perché la Cina, che fu incenerita dalla guerra dell’Oppio scatenata dalle potenze coloniali, non potrà mai accettare una subordinazione sic et simpliciter all’Impero d’Occidente, come le viene chiesto. Insistere sul punto non farà altro che accrescere le conflittualità.