12 Maggio 2021

Israele e Gaza, un conflitto nuovo e vecchio allo stesso tempo

Colonne di fumo su Gaza dopo un raid aereo

Ancora non è guerra aperta tra Israele e Gaza, ma poco ci manca, o forse gli scambi di colpi di questi giorni sono solo l’avvio della stessa, mentre all’interno del Paese continuano gli scontri tra palestinesi e forze dell’ordine, che potrebbero essere i prodromi di una nuova Intifada.

La conta dei morti e dei feriti sale e continuerà a salire se non accade qualcosa. Situazione che appare irreversibile nella sua corsa verso il precipizio di una nuova mattanza di Gaza, e di bambini di Gaza, e di nuove paure per gli ebrei di Israele, dove seppure i morti sono e saranno di meno, non hanno certo minor rilevanza.

Nella precedente nota, riferivamo un cenno su Haaretz sul fatto che la situazione favorisce oggettivamente il premier israeliano, che vedeva il suo regno al tramonto e che l’acuirsi delle tensioni può conservare al potere, impedendo la nascita di un governo formato dai suoi antagonisti con l’appoggio del partiti arabi.

Yossi Verter, in particolare, riferiva lo stop ai negoziati per la formazione di un nuovo governo, mossa che avrebbe offerto a Netanyahu un “incentivo per mantenere alta la tensione”.

Certo, il premier ora è obbligato a mostrare i muscoli a fronte del lancio di razzi da Gaza, dato che nessun Paese, come ha detto il presidente Reuven Rivlin, può tollerare di esser bersagliato da missili (1).

Ma sembra solo limitarsi a minacciare sfracelli contro Gaza, non sembrando particolarmente interessato a trovare un modo per far rientrare le armi nelle fondine, come invece accaduto altre volte in tempi recenti, quando invece ha cercato e trovato accordi con Hamas dopo simili – seppur in scala minore – escalation.

Interessante, sul punto, un articolo di Times of Israel che inizia così: “L’Egitto ha contattato Israele per aiutare a calmare le tensioni in corso di questi giorni, funestati da disordini a Gerusalemme e dal lancio di razzi da Gaza, ma non ha ancora ricevuto una risposta, come ha detto il suo ministro degli esteri martedì in una riunione di emergenza della Lega araba”.

E nel prosieguo dell’articolo si legge: “Un diplomatico che ha familiarità con i tentativi di mediazione ha detto al Times of Israel che Hamas martedì mattina ha fatto sapere di essere interessato a ridurre le tensioni, ma che avrebbe risposto se gli attacchi israeliani fossero continuati […]. Il diplomatico ha anche dichiarato che Israele non ha risposto alle proposte del suo paese dirette a porre fine alle violenze in corso”.

Garbuglio ad ora inestricabile. Sul punto, l’editoriale di Haaretz, che spiega come “le ragioni dello scoppio di questa violenta protesta sono collegate a una serie di cattive decisioni prese a Gerusalemme durante il mese di Ramadan”, che hanno acuito le tensioni.

Il capo della polizia “Yaakov Shabtai ha svolto un ruolo decisivo in tutto questo, e la sua affermazione che la polizia era stata ‘troppo morbida’ indica un preoccupante problema di percezione della realtà”.

Al di là degli errori di Shabtai, continua Haaretz, il fatto è che “la polizia è costretta ad affrontare i sintomi di un problema molto più profondo che sta esplodendo in questi giorni: la realtà di 54 anni di occupazione”.

“Nel suo desiderio di combattere il nazionalismo palestinese, indebolirlo e persino farlo sparire, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha attaccato e infiammato gli animi contro gli arabi israeliani in modo criminale. Invece di affrontare il problema, ha preferito escludere, discriminare, giudaizzare e portare dichiarati razzisti alla Knesset. Questa strategia disastrosa sta ora esplodendo in faccia a Israele”.

Tempi bui, ma, come dimostra l’editoriale di Haaretz, non tutti in Israele sono concordi nel ritenere che l’unica via che ha il Paese sia un nuovo, sanguinoso, redde rationem con gli arabi.

Anche l’America, nonostante non possa che stare a fianco del suo più prossimo alleato, ha uno sguardo meno unilaterale sul lungo conflitto arabo-israeliano. Ciò rende le prospettive un po’ meno catastrofiche, anche se il momento resta buio e gravido di nefasti presagi.

(1) Fa accezione Damasco, che deve invece accettare il lancio di missili dall’enclave terrorista di Idlib. Quando l’esercito siriano e i russi hanno provato a reagire per eliminare la minaccia, la comunità internazionale li ha ammoniti a non rispondere agli attacchi. Allora la Casa Bianca intimò subito lo “stop” a Damasco, arrivando a minacciare addirittura un intervento a sostegno di Idlib. Ieri, invece, nonostante alla Casa Bianca sedesse un altro inquilino, Washington ha dichiarato che Israele ha “diritto a rispondere ai missili“. Certi “diritti” evidentemente non sono per tutti.