10 Maggio 2021

La genetica esclude che il Covid-19 sia nato a Wuhan

Il Covid-19 non si sarebbe manifestato per la prima volta a Wuhan. A sostenere questa tesi è un gruppo di ricercatori della Temple University di Philadelphia guidato da Sudhir Kumar. Ne dà notizia, tra gli altri, La Stampa il 5 maggio.

I ricercatori della Temple sono riusciti a ricostruire l’albero genealogico del virus risalendo così alle sue origini. La conclusione è che “la madre di tanta sciagura per i ricercatori ha un nome ben preciso: proCoV2 e una sua prima variante circolava nel mondo già nell’ottobre 2019”.

Un vero e proprio viaggio nel tempo quello fatto dai ricercatori, che si sono avvalsi per le loro analisi della storia del virus, prendendo in esame anche le varianti (tra cui le famigerate inglese, sudafricana e brasiliana) che hanno permesso di riscrivere la storia del Coronavirus e che in precedenza non potevano essere studiate a fondo.

“Le mutazioni del progenitore e dei suoi derivati hanno prodotto molti ceppi dominanti di Coronavirus, che si sono diffusi episodicamente nel tempo. – scrive in una nota Kumar, capo del gruppo di ricerca – Questo genoma progenitore differisce dai genomi del primo Covid-19 campionato in Cina, il che implica che nessuno dei primi pazienti rappresenta il caso indice o ha dato origine a tutte le infezioni umane”.

Uno studio che rafforza notevolmente l’ipotesi che il virus non sia nato a Wuhan. Infatti un’importante conclusione della ricerca dell’università americana è che “gli eventi di dicembre a Wuhan hanno rappresentato il primo evento di super-diffusione di un virus che aveva tutti gli strumenti necessari per provocare una pandemia”.

Evidenza scientifica coerente con le conclusioni a cui era giunta la commissione dell’OMS a febbraio, che aveva escluso il laboratorio e il mercato di Wuhan come origine della pandemia, anche se poi ci ha ripensato chiedendo maggiori indagini sul laboratorio (1).

Un ripensamento che, però, non tocca una prima e sicura conclusione di quello studio approfondito: il Covid-19 non ha avuto origine nel mercato di animali vivi di Wuhan, come per circa un anno si è scritto in quanto dato assodato e sicuro su tutti i media occidentali.

Una Fake news reiterata, della quale i suoi propalatori non hanno chiesto scusa ai propri lettori, ché altrimenti verrebbe meno tutta la narrazione di questi mesi volta a criminalizzare la nazione che per prima è stata vittima del virus (resta il laboratorio, ma la richiesta di un supplemento di indagine, ad oggi, non conferisce alcuna patina di verità all’ipotesi, smentita appunto dalla prima inchiesta).

Inoltre ricordiamo che anche altri elementi, di cui avevamo dato conto nei mesi scorsi, suggerivano che la tragedia Covid-19 non avesse avuto origine a in Cina nell’inverno 2019. Tracce di Covid-19 erano infatti state ritrovate in Italia, negli Stati Uniti e in altri paesi ben prima di quella data.

Di grande interesse il commento a questa ricerca del genetista Giuseppe Novelli, dell’Università di Roma Tor Vergata, il quale sostiene che si può ragionevolmente stimare che “il virus abbia un tasso di mutazione di circa 2 mutazioni al mese e che abbia avuto origine almeno 6-8 settimane prima del genoma isolato in Cina, noto come Wuhan-1”.

Tale ricerca, sempre secondo Novelli, potrebbe aiutarci nella lotta al Covid-19, sbloccando terapie “che funzionano sull’intera famiglia di virus, invece che su uno solo”. Insomma, quanto scoperto sembra un tassello importante per la lotta alla pandemia, dal momento che potrebbe aiutare a comprendere le dinamiche delle tanto temute varianti e rendere così più efficace la lotta al virus, magari non solo con i vaccini, ai quali si è dato giustamente precedenza, ma con precedenza che ha del tutto fatto trascurare l’altrettanto ricerca sulle terapie.

Detto questo, dato che la pandemia è stata usata non poco in chiave geopolitica, cioè per tentare di affossare la Cina, riteniamo difficile che tale ricerca possa diradare le nebbie innalzate dalla teoria del laboratorio di Wuhan. Potenza delle narrazioni.

(1) Si può ricordare come il dottor Anthony Fauci, l’autorevole zar del coronavirus made in Usa, durante il mandato di Trump abbia più volte smentito la tesi che il Covid-19 sia sfuggito dal laboratorio di Wuhan, contraddicendo l’allora amministrazione Usa, con grave nocumento d’immagine per la stessa. Da quando  l’amministrazione Usa è passata di mano non ha più aperto bocca in proposito…

Si può anche far caso che il 27 marzo la Cina ha stilato un accordo-monstre con l’Iran per acquistarne il petrolio, intesa che mandava in fumo tutti i piani per piegare Teheran tramite sanzioni o per costringerla a un accordo più umiliante con l’America sul nucleare (che ad esempio comprendesse il suo apparato missilistico).

La richiesta dell’Oms di nuove indagini sul laboratorio di Wuhan, del tutto inattesa e imprevedibile, soprattutto dopo la conclusione della prima indagine, che aveva smentito la teoria del laboratorio, giungeva due giorni dopo tale accordo. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…