6 Maggio 2021

Biden chiede di liberalizzare i brevetti dei vaccini

L’amministrazione Biden si è detta favorevole alla liberalizzazione dei brevetti dei vaccini (New York Times). Un pronunciamento di importanza capitale e di grande coraggio, dato che urta interessi immensi, non solo economici.

La controversia su questo tema ha dato vita a una vera e propria guerra, iniziata quando Sudafrica e India avevano fatto richiesta in tal senso, prospettiva che aveva attirato supporto internazionale scontrandosi contro il niet di oligarchi e lobby, che hanno dato vita a un potente fuoco di sbarramento.

Fuoco e furia contro la liberalizzazione

A scendere in campo non solo la potentissima Big Pharma, ma anche altri ambiti americani altrettanto potenti, come l’influente apparato militar-industriale della Musica e del Cinema.

Ad attivarsi per sbarrare il passo alla liberalizzazione, infatti, anche l’Universal Music e la Motion Picture Association (che rappresenta i più importanti produttori cinematografici e televisivi americani): questi hanno motivato il loro inspiegabile diniego con il timore di veder liberalizzare anche le loro creazioni (cosa esplicitamente esclusa nella richiesta).

Un fuoco di fila non solo americano, dato che a esprimere la propria “delusione” per il pronunciamento della Casa Bianca è stata anche l’IFPMA, la Federazione internazionale delle aziende farmaceutiche, che ha sede a Ginevra.

Nel riprovare la decisione presidenziale, l’IFPMA ha ripetuto il mantra usato negli ultimi giorni da quanti si oppongono all’idea: la liberalizzazione dei brevetti dei vaccini è una risposta semplice ma sbagliata a un problema reale, cioè quello di produrre più dosi per soddisfare al fabbisogno mondiale.

A scendere in campo contro la liberalizzazione dei brevetti anche i più potenti oligarchi dell’Impero, da Bill Gates a Jeff Bezos, con il filantropo a pontificare sui più importanti media del mondo e il patron di Amazon a gettare nella disfida tutto il peso del suo giornale, il Washington Post., che ieri ha pubblicato un editoriale nel quale si ripeteva il mantra di cui sopra, ultimo tentativo di condizionare la presidenza Biden.

Subito dopo il pronunciamento dell’America, dimostrando l’usuale coraggio, anche la UE ha aperto a tale prospettiva. Così il Commissario Ursula van der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione: “L’UE è pronta a discutere qualsiasi proposta che affronti la crisi del Covid […] Questo è il motivo per cui siamo pronti a discutere di come la proposta degli Stati Uniti per una deroga alla protezione della proprietà intellettuale” dei brevetti “per i vaccini Covid potrebbe aiutare a raggiungere tale obiettivo”.

La richiesta di India e Sudafrica non tocca solo interessi economici, cioè gli enormi profitti che Big Pharma (e tanti altri) sperano di lucrare sulle disgrazie altrui (1), ma anche geopolitici, dato che negli Usa è forte la spinta per far sì che il mondo sia dipendente dai suoi vaccini: un modo per rafforzare la sua influenza  globale.

Partita ancora aperta

Il pronunciamento della Casa Bianca non pone fine alla controversia, ché il potere che si è mosso a difesa della chiusura dei brevetti è immenso e farà di tutto per far deragliare la prospettiva, che resta ancora tale nonostante il placet di Biden.

“Il sostegno della Casa Bianca – scriveva, infatti, il NYT – non garantisce che si arriverà a una rinuncia [della proprietà intellettuale dei brevetti]. Anche l’Unione Europea è stata di ostacolo e le modifiche alle norme internazionali sulla proprietà intellettuale richiedono un accordo unanime”.

Katherine Tai, rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, proseguiva il giornale della Grande Mela, “ha detto che gli Stati Uniti parteciperanno ai negoziati sulla questione che si svolgeranno presso l’Organizzazione mondiale del commercio, ma che questi ‘richiederanno tempo, data la natura dell’organismo internazionale, che si basa sul consenso, e la complessità delle questioni che la decisione coinvolge'”.

Così un modo per far naufragare l’ipotesi è allungare oltremodo i tempi: ogni giorno che passa sono milioni di dollari di introiti per gli interessati e tanto altro.

Battaglia durissima, dunque, della quale stranamente si è parlato poco o nulla sui media, nonostante sia decisiva per il destino globale (o forse è stato proprio questa la causa dell’oblio): da tale controversia dipendono, infatti, centinaia di migliaia di vite nonché la durata della pandemia, che qualcuno immagina, o sogna forse, possa diventare status permanente.

Perché è ovvio che più numerose sono le industrie che producono vaccini e più celermente la pandemia sarà superata dal mondo (The Intercept annotava che sono già oltre cinquanta le aziende pronte a produrli).

Biden si è pronunciato, dunque, dimostrando non solo coraggio, ma anche lungimiranza: perseverare sulla strada del monopolio, in una condizione tragica come l’attuale, avrebbe suscitato nuova avversione verso il suo Paese.

Verrebbe perpetuata, cioè, l’idea dell’America come gendarme globale, un gendarme che non solo vuol imporre la sua influenza a suon di bombe, ma anche di vaccini, con un ulteriore danno di immagine per un Paese che ambisce a presentarsi come faro morale del mondo.

Biden intende ripristinare tale immagine, sbiadita dal tempo e dalle guerre infinite, e il passo compiuto va nella giusta direzione. Coraggioso. Si spera che abbia adeguata protezione, non solo contro il virus.

(1) Solo nei primi tre mesi di quest’anno Pfizer ha incassato 3.5 miliardi di dollari (New York Times).