9 Dicembre 2012

Adesso io ho una nuova casa, bella

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Adesso io ho una nuova casa, bella

anche adesso che non vi ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri

infranti, il legno fradicio. Ma bella

per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.

Beppe Salvia

Certe poesie, come questa, scritta da Beppe Salvia (Potenza 1954 – Roma 1985), sanno esprimere il presentimento della bellezza che qualche volta anche oggetti infimi possono, in un apparente paradosso, suggerire: una casa sgangherata, per esempio.
Beppe Salvia scriveva, negli anni Settanta, cioè nel pieno della sperimentazione neoavanguardistica, versi contraddistinti da un legame, originalissimo e straniato, con la tradizione lirica italiana. Recalcitrante a raccogliere in un libro le sue composizioni, le conservava in foglietti spiegazzati che teneva in tasca, o le pubblicava esclusivamente in riviste. Le prime raccolte “ragionate” delle sue poesie videro la luce solo dopo il suo suicidio, avvenuto nel 1985.
Questi versi di Salvia – tratti da “Cuore (Cieli celesti)”, del 1988 – parlano di una casa scalcinata, alla quale non è stata ancora messa mano, ma resa bella dal sole che la invade, dal largo orizzonte che dal terrazzo si può guardare. Bella pure per la sua sicura distanza dal male, dalla «battaglia».
Bella per qualcosa che evidentemente non può, in tale sua manifesta inconsistenza e fragilità, appartenerle. La malandata costruzione è descritta con tre aggettivi – «bella / e silenziosa e forte» – che rammentano, forse non casualmente, il ritmo del “Cantico delle Creature” di san Francesco.
La povertà della casa di questa lirica richiama quella della dimora di Betlemme dove, duemila anni fa, cominciò a brillare, in questa vita, «un’altra vita, eterna».

Paolo Mattei

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