22 Aprile 2021

Israele: allarme nucleare mentre infuria, feroce, la lotta politica

Momenti di ansia stanotte in Medio Oriente, quando presso la centrale nucleare di Dimona, in Israele, sono state registrate alcune esplosioni. Le sirene di allarme risuonate nella notte avrebbero potuto rappresentare il primo segnale di un conflitto generalizzato.

Si poteva immaginare, come di certo è accaduto, che fosse la risposta iraniana al sabotaggio della centrale nucleare di Natanz per opera del Mossad. Ed è facile immaginare la rappresaglia israeliana, se ciò fosse stato vero o comunque accreditato…

Per fortuna l’allarme è rientrato subito. Era accaduto, come riferisce il Times of Israel, che l’ennesimo raid dell’aviazione israeliana in Siria, centinaia negli ultimi anni, aveva incontrato la consueta opposizione della contraerea e uno dei missili, tra i tanti andati fuori bersaglio, era caduto dove non avrebbe dovuto (dovrebbe far riflettere sui rischi connessi a certo avventurismo).

I Jet israeliani hanno poi distrutto la postazione da cui era partito il missile, lasciando sul campo alcuni feriti: altro tributo di sangue di questa guerra asimmetrica, che poi è un tiro al bersaglio dato che i primi picchiano e i secondi possono solo difendersi e non replicare, per non attirare su di sé tutta la potenza di fuoco dell’avversario (situazione che si attaglia alla nota pubblicità: “Ti piace vincere facile“, tant’è).

Insomma, “non è stato un attacco deliberato” quello contro Dimona, come notifica il Times of Israel. Partita chiusa.

Il falso allarme poteva, però, provocare disastri anche per via della tesissima situazione interna che vive Israele, che poteva rendere meno lucidi i responsabili della Difesa. Israele sta infatti attraversando uno dei momenti più cruciali della sua storia recente. E, come accade ormai da un decennio, al centro di tutte le tensioni si trova Netanyahu.

Incaricato di formare un governo, pensava di riuscire a portare a compimento la missione in pochi giorni; invece il tempo passa e non riesce. Peraltro alcuni sviluppi gli sono stati avversi.

Anzitutto il voto sul Comitato per gli accordi della Knesset, un organismo che, nel periodo di transizione (prima della formazione del nuovo governo) supervisiona la Commissione per la Finanze e quella per la Difesa e svolge diverse funzioni essenziali.

Organismo chiave, dunque, che Netanyahu era sicuro di controllare grazie a un accordo col rivale di ultra-destra Naftali Bennet, che pensava gli portasse la maggioranza relativa necessaria a vincere, dato che i suoi antagonisti non avevano trovato convergenze utili allo scopo.

Contava, per questo, sul favore, o almeno la neutralità, di una delle due liste arabe che da tempo corteggia, il partito islamista israeliano Ra’am. Ma proprio l’accordo con Bennet, al quale aveva dovuto fare larghe concessioni in merito alla composizione della Commissione, gli aveva alienato la possibilità di accordarsi con il Ra’am, dato che a questi non era rimasto nulla da promettere.

Così quest’ultimo partito ha unito i suoi voti ai rivali di Netanyahu, consegnandogli una vittoria che pensavano ormai sfumata. Da tempo, infatti, il centro-sinistra guidato da Lapid chiede invano a Bennet e a Sa’ar (leader quest’ultimo di un altro partito di destra) di formare insieme un governo di unità nazionale che faccia fuori Netanyahu.

L’accordo Netanyahu-Bennet aveva fatto immaginare che per loro era tutto finito, data appunto l’ambiguità del Ra’am. Ma tutto è cambiato, con sommo dispiacere del premier.

Non solo: dopo la sconfitta, ieri, per la prima volta, Naftali Bennet ha aperto a un governo di unità nazionale, accogliendo la proposta di Lapid. Netanyahu ha ancora due settimane di tempo per formare il governo, dopo dovrà lasciare che altri, cioè Lapid (o Bennet) facciano il loro tentativo.

Bennet ha detto che, se Netanyahu non dovesse farcela, lavorerà per creare un “governo di unità” per evitare di portare il Paese alla quinta elezione quasi consecutiva.

Era un’ipotesi già presente, e forse più che un’ipotesi, ma finora Bennet non poteva renderla esplicita. Non poteva dire ai suoi elettori di ultradestra di essere pronto a governare con il centro-sinistra. Doveva tenere il punto, provare a formare un governo di destra.

Ma, se Netanyahu non ce la facesse, ha agio di dire ai suoi elettori che non può permettere che il Paese vada incontro a una nuova elezione, un’ipotesi che l’opinione pubblica israeliana rifiuta, come registrano da tempo i media del Paese.

Con l’apertura di credito di Bennet si apre quindi un nuovo capitolo. Netanyahu ha iniziato a bombardarlo di critiche, ma così facendo rischia di rendere irreversibile la rottura più che di portarlo dalla sua parte. E, senza i voti Bennet, formare un governo gli sarà ancora più difficile.

Tale la situazione di Israele, che è seguita con attenzione sia in America – che sta trattando con l’Iran incontrando l’aperta ostilità di Netanyahu (1) – che nel variegato mondo arabo, dai Paesi del Golfo agli iraniani. Anche loro sanno che da quanto accadrà in Israele nei prossimi giorni dipende tanto di quanto accadrà in Medio oriente nel prossimo futuro.

 

(1) Ieri l’America ha mostrato un segno tangibile di buona volontà verso l’Iran: nell’ambito dei colloqui per ripristinare l’accordo sul nucleare, ha reso noto a Teheran alcune delle sanzioni che potrebbe revocare se essa si impegna a cessare il processo di arricchimento dell’uranio.