26 Marzo 2021

Lo Xinjiang: opposte propagande e terrorismo internazionale

Liu Yifei nei panni di Mulan

Due note aziende di abbigliamento, la Nike e la H&M, non compreranno più cotone dallo Xinjiang, data la repressione del regime cinese contro gli uiguri della regione.

Il loro esempio sarà seguito da altre aziende, e segue il boicottaggio del film Mulan, perché prodotto in collaborazione con le autorità dello Xinjiang, cenno che indica l’ampio spettro delle possibili ritorsioni.

L’uomo dell’invasione irachena e la Cina

Il tema della repressione dell’etnia uigura è uno dei più forti della campagna anti-cinese alimentata da Washington. Per rispondere all’offensiva, i cinesi hanno ricordato agli Usa il genocidio degli indiani, a indicare il pulpito da cui viene la predica.

Ma, a seguito del boicottaggio da parte di H&M, i cinesi hanno tirato fuori anche un intervento dell’ex colonnello Lawrence Wilkerson al Ron Paul Institute, di notevole interesse (South China Morning Post).

Nell’intervento Wilkerson spiegava perché gli Stati Uniti dovrebbero restare in Afghanistan: tagliare la strada alla Belt and Road Initiative cinese e controllare il Pakistan.

“La terza ragione – aggiungeva – per cui siamo lì è perché ci sono 20 milioni di uiguri e a loro non piacciono i cinesi Han [etnia cinese maggioritaria, ndr] della provincia dello Xinjiang, […]. E se la CIA dovesse organizzare un’operazione usando quegli uiguri, come [il presidente turco] Erdogan ha fatto in Turchia contro Assad… Ebbene, la CIA potrebbe destabilizzare la Cina, e questo sarebbe il modo migliore per farlo”.

Wilkerson non è un quisling. Ha prestato servizio al Comando del Pacifico degli Stati Uniti e al Dipartimento di Stato, prendendo parte all’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Brilla, nel suo curriculum, la collaborazione nell’allestire il famoso spettacolo mediatico di Colin Powel all’Onu, quello che ha rivelato al mondo le inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam.

In tale messinscena non ebbe un ruolo secondario, evidentemente, se a lui Powell si rivolse per esprimere i dubbi sul disastro che aveva appena innescato (The Intercept).

A Wilkerson va comunque ascritto il merito di parlar chiaro, tanto che nell’intervento spiega che, data la sua funzione anti-cinese, l’esercito Usa sarebbe rimasto in Afghanistan per “mezzo secolo” (Biden ha dichiarato che non avrebbe rispettato l’accordo stabilito da Trump con i talebani, per un ritiro dall’Afghanistan a breve, vedi Politico).

Insomma, per Wilkerson, la questione uigura è cruciale per destabilizzare la Cina. E non ha torto, dato che se lo Xinjiang si rendesse indipendente da Pechino, per il Celeste Impero sarebbe un disastro irreparabile.

Il cristiano rinato e il Terrore dello Xinjiang

La tematica della repressione dello Xinjiang non nasce da inchieste condotte da qualche organo indipendente e affidabile. In realtà tutta la propaganda sulla vicenda si basa sulla documentazione raccolta da uno strano individuo, il tedesco Adrian Zenz (cristiano rinato come il George W. Bush dell’invasione in Iraq), che ha scoperto tutto studiando su internet (sic).

Legittimo, dunque, dubitare di tale documentazione, che potrebbe distorcere una situazione reale per dare armi alla propaganda anti-cinese. Non che Pechino non abbia attenzionato la regione, nella quale ha sicuramente dispiegato un sistema di sicurezza molto stringente, però da qui ad arrivare al genocidio ce ne corre.

Ma perché tanta attenzione di Pechino per lo Xinjiang? A spiegarlo è un articolo di The Diplomat, del 2016, un sito americano peraltro spesso uso a lanciare strali contro la Cina, da cui il maggior interesse per quanto segue.

The Diplomat racconta di come lo Xinjiang negli anni sia caduto preda dell’islamismo radicalizzato. In questa regione, infatti, sono stati assemblati alcuni battaglioni dell’Isis che hanno insanguinato la Siria.

Oltre all’Isis, nello Xinjiang operano anche  al Qaeda, i talebani e gli islamisti del Turkestan Islamic Party (TIP), gruppi che hanno tra loro rapporti di cooperazione/ competizione.

“Il TIP – scrive The Diplomat: – ha anche iniziato a imitare con successo le tattiche dei talebani […]. Prima del 2003 gli obiettivi degli attacchi del TIP erano funzionari, polizia e membri delle forze di sicurezza cinesi”.

“Dopo la sua integrazione con al-Qaeda, i combattenti uiguri hanno iniziato a compiere attacchi in aree affollate e trafficate. Ciò ha portato a un aumento dei ‘danni’ degli attacchi e a un numero crescente di vittime”.

“Gli attacchi terroristici nel 2013-2014 in piazza Tienanmen a Pechino, a Urumqi, e il tentativo di dirottare l’aereo Hotan-Urumqi indicano un cambiamento degli obiettivi e dei luoghi degli attacchi. Oggi i radicali che si ispirano all’Isis in Europa ripetono l’esperienza dei combattenti TIP, che hanno massacrato cinesi Han nelle stazioni di Kunming e Guangzhou usando coltelli, asce e machete nel 2014″.

Insomma, lo Xinjing, secondo The Diplomat, è stato una sorta di laboratorio in cui il Terrore ha elaborato tattiche esportate poi in tutto il mondo…

E sui legami tra il terrorismo dell’Isis e quello del TIP, il giornale riferisce le dichiarazioni dell’ex leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdad, il quale ha affermato che “la Cina è l’obiettivo degli islamisti”.

Tutto ciò non dà certo diritto a compiere un genocidio, tutto da provare, ma spiega perché Pechino mantenga la regione sotto stretta osservazione, anche per i suoi confini porosi con l’Afghanistan (occupato dagli Usa), vera e propria fucina del Terrore.

Lo scontro sullo Xinjiang continuerà. Ma se ciò da una parte alimenterà la conflittualità Est – Ovest, potrebbe però aiutare a mantenere l’antagonismo nel ristretto ambito dello scontro tra opposte propagande, evitando ai duellanti – e al mondo – di tirar fuori le pistole. Vedremo.