25 Marzo 2021

Elezioni in Israele: l'ennesimo referendum su Netanyahu

In Israele si è svolta l’ennesima elezione politica, la quarta in poco più di un anno, e, al solito, Netanyahu è riuscito a trasformarla in un referendum sulla sua persona, piano sul quale sono scesi anche tutti i suoi oppositori, di destra e di sinistra, divisi da tutto tranne che dall’obiettivo di porre fine al suo decennale regno.

Da tempo Netanyahu gioca questa carta, proponendosi agli israeliani come l’unico uomo politico in grado di tenere dritta la barra del timone nel magmatico e complesso rebus mediorientale. E finora gli è andata bene.

A sostenerlo in questa elezione, oltre ovviamente al Likud, il solito blocco della destra religiosa, che da tempo vede in lui una sorta di nuovo messia, la guida politica capace di dare realtà alla Grande Israele.

Ha contro, al solito, il centro-sinistra, risultato ancor più frammentato dalla scissione di Khaol Lavan, che un tempo vedeva uniti Yair Lapid e Benny Gantz (ora il partito originario è rimasto a Gantz, mentre Lapid ha creato Yesh atid, che ha ottenuto più voti dell’altro).

La scissione ha avuto un esito nefasto alle urne: mentre nella passata contesa i loro voti uniti avevano di fatto pareggiato quelli del Likud, stavolta la loro possibile  unione li vede ben al di sotto di quest’ultimo.

Vince Netanyahu, ma per ora non ha un governo

I primi scrutini, 95% del totale, vedono il Likud di Netanyahu netto vincitore, grazie anche all’apporto dell’estrema destra, cioè gli eredi del partito Khanista (dichiarato al tempo terrorista in Israele), che è confluita nei ranghi del suo partito, con una mossa che ha fatto indignare i suoi avversari e ambiti ebraici d’oltreoceno.

La vittoria è l’esito della campagna vaccinale vincente di Netanyahu, con Israele fuoriuscita dal dramma del coronavirus appena prima del voto (anche se i suoi antagonisti ne contestano in maniera vibrata la gestione della crisi e la conseguente narrazione).

Ma se Netanyahu ha vinto è anche grazie agli accordi di Abraham, che hanno posto fine al bando di Israele da parte di vari Paesi arabi. Un successo diplomatico indubbio del premier, anche se i legami tra Tel Aviv e Riad, e i Paesi a questa alleati, erano già solidi (di fatto gli accordi hanno sono reso pubblico il patto tacito in vigore da tempo).

Ma, sebbene Netanyahu sia vincente, non è ancora detto che possa governare. Ciò perché vari partiti di destra, da Israel Beitenu del sempiterno Avigdor Libermann, a New Hope, di Gideon Sa’ar, fuoriuscito dal Likud, hanno dichiarato che non appoggeranno un governo Netanyahu.

Mossa condivisa anche da Yamina, il partito di ultradestra guidato da Naftali Bennet, da tempo rivale irriducibile del premier. Insieme, questi partiti di destra fanno un blocco considerevole, e se conserveranno il loro niet a Netanyahu, questi non avrà la maggioranza agognata.

Tutto si gioca a destra

Ed è proprio su questo fronte che si gioca tutto (dato che è impossibile un governo di centrosinistra): se cioè Netanyahu riuscirà a convincere qualcuno dei suoi antagonisti di destra a sostenerlo o meno.

Tenere il punto, per questi partiti, sarà dura, dato che l’alternativa a un governo Netanyahu è la convergenza di forze eterogenee e antagoniste, dalla sinistra all’ultradestra, catalizzazione che avrebbe come obiettivo dare un governo provvisorio a Israele estromettendone Netanyahu. Una convergenza di opposti che vede forti resistenze all’interno dei singoli partiti.

Così la frammentarietà del quadro politico da una parte impedisce a Netanyahu di vincere facilmente, dall’altra ostacola la formazione di un governo alternativo. Un vero rompicapo. In situazioni simili Netanyahu si esalta, date le sue notevoli capacità di gestire il complesso, fattore che va tenuto in debito conto.

Manca ancora da scrutinare, il 5% dei seggi. Pochi, ma non per questo non importanti, dato che una manciata di voti può incrementare o decurtare il bottino dei partiti minori, con conseguenze notevoli per le possibilità di assemblare una coalizione di governo, che deve contare almeno 61 membri della Knesset. La coda finale dello scrutinio, dunque, vedrà duelli all’arma bianca, di interesse non secondario.

Detto questo, è ancora presto per avere un’idea sul destino di queste elezioni, cioè sul destino di Israele, che poi coincide con quello di Netanyahu.

Elezioni di certa importanza, seguite da presso dalla nuova amministrazione americana, che finora ha mostrato una certa freddezza nei confronti del premier.

C’è da considerare che ad oggi l’amministrazione Biden ha fatto poco o nulla riguardo ai vari dossier mediorientali, che restano tra i più scottanti dell’agenda imperiale. Immaginare che negli Usa stiano aspettando l’esito delle elezioni israeliane per muoversi su tali dossier è forse eccessivo, ma non per questo l’ipotesi è senza fondamento.