25 Marzo 2021

Usa: attacco convergente al monopolio delle Big Tech

di Beatrice Carbini

La Senatrice Amy Klobuchar, capo della Commissione  Antitrust del Senato

In America si è svolta la più grande indagine antitrust del secolo e, a fine settembre, i dirigenti delle Big Tech sono stati convocati dal Congresso per rispondere alle accuse di monopolio.

Numerosi procedimenti avviati dal Comitato Antitrust contro le più  grandi aziende tecnologiche (Google, Facebook, Amazon, Microsoft ed Apple) hanno portato la Commissione Giustizia del Congresso ad accertare il monopolio delle Big Tech nel mercato della pubblicità online e in quello dei social network. Situazione sotto gli occhi di tutti, ma finora mai ritenuta un problema al quale porre limiti.

Il potere delle Big Tech

Il documento in questione ha concluso che ciascuna delle Big Tech ha il monopolio nel proprio settore: Google nella ricerca via internet, Facebook nei social,  Amazon nell’ e-commerce e così via.

Tale potere permette loro abusi nel mercato e pone ostacoli alla concorrenza. Sono state infatti accusate  di approfittare della loro posizione dominante per ostacolare l’accesso nei loro settori a nuove realtà e di utilizzare in modo improprio l’enorme mole di dati generati dagli utenti.

Un potere aumentato grazie anche a nuove acquisizioni:  Google ha comprato le sue due principali concorrenti nel settore della pubblicità online, AdMob e Doubleclick, ha poi acquisito YouTube e la concorrente nel settore delle  mappe online, Waze.

Facebook ha comprato Instagram e Whatsapp. Così oggi  Google e Facebook controllano l’84% della pubblicità online e ciò fa capire  come queste grandi società siano in grado acquisire o spinger fuori dal mercato  digitale potenziali concorrenti appena essi si affacciano all’orizzonte.

L’enorme quantità di dati che tali aziende attingono ogni giorno dagli utenti, aggiunge il rapporto, non sono solo fonte di ricchezza economica,  ma anche di potere politico.

Il fatto che stiano investendo sempre di più in attività  di lobbying per preservare la loro influenza fa peraltro reputare agli inquirenti del Congresso che esse vogliano avere un ruolo sempre più politico.

“Nessun re nella storia del mondo è stato il sovrano di due miliardi di persone, ma  Mark Zuckerberg lo è”, ha dichiarato Benny Thomas, Global Planning Lead di Facebook a un giornalista di Project Veritas.

Thomas ha affermato che Facebook sta “facendo molti danni nel mondo”, citando  le incursioni del Ceo Mark Zuckerberg anche al di fuori del suo settore di interesse, cioè nel social networking, nella Sanità e  persino nell’ingegneria genetica.

Non solo in America, il potere delle Big tech è messo in discussione anche altrove nel mondo: diversi Paesi, infatti, stanno tentando vie legislative che pongano un freno al loro strapotere.

Usa: democratici e repubblicani contro le Big Tech

Amy Klobuchar, senatrice democratica del Minnesota a capo della Commissione Antitrust del Senato, ha messo a punto una nuova proposta di legge, la Competition and Antitrust Law Enforcement Reform Act of 2021, che punta a ridurre il potere di queste grandi compagnie.

La nuova legislazione dovrebbe aggiornare il Clayton Act e mira a vietare esplicitamente le  pratiche commerciali che danneggiano i concorrenti e a evitare le “monopsonie”  ovvero quelle situazione di mercato in cui esiste un solo compratore.

In assenza di concorrenza è ovviamente chi compra a stabilire le regole e il prezzo: esempi di monopsonie sono l’App Store di  Apple o il dominio della pubblicità sulla ricerca di Google.

La legge introdotta dalla Klobuchar propone di affidare maggiore potere al Dipartimento di Giustizia e alla Federal Trade  Commission, chiamate a monitorare la regolarità del mercato e a comminare sanzioni in caso di violazione.

La proposta di legge deve ancora superare molti ostacoli, e l’esigua maggioranza dei democratici al Senato costringe questi a cercare convergenze con i repubblicani, che non però dovrebbero mancare.

Va ricordato che i repubblicani da tempo accusano queste società di  discriminare i conservatori, e l’ex presidente Trump ha ripetutamente chiesto al  Congresso di abrogare la sezione 230 del Communications Decency Act, che sancisce che le piattaforme social non sono editori.

Una norma quasi anodina, ma che consente a Facebook & co di evitare qualsiasi responsabilità per quanto riguarda i contenuti da esse veicolati e conseguenti guai giudiziari.

Il senatore dell’Utah Mike Lee si è fatto promotore della legge PROMISE (Promoting Responsability Over Moderation in the  Social Media Enviroment Act), che accusa tali società di operare in base a pregiudizi politici, di dare spazio a contenuti fuorvianti, offensivi e discriminatori, denunciandone l’assenza di organismi di moderazione trasparenti.

“Le aziende tecnologiche detengono un potere significativo sulla forma della narrazione americana e dovrebbero moderare i contenuti condivisi sulle loro  piattaforme in modo aperto e onesto”, ha affermato il senatore Moran.

Finora le Big Tech hanno goduto di ampia libertà, ma quanto sta avvenendo in America e nel mondo indica che qualcosa potrebbe cambiare, La battaglia sarà durissima, dato il potere accumulato in questi anni da queste società e l’intreccio inestricabile tra queste e altri poteri forti Usa, come ad esempio i vari apparati di Sicurezza, che utilizzano la loro potenza di fuoco in vari modi, in patria e all’estero.

E, però, dopo tanti decenni, questa situazione è finalmente oggetto di seria discussione. Meglio tardi che mai.