11 Marzo 2021

Myanmar: golpe e proteste, tra Hollywood e caos

Il colpo di Stato in Myanmar è su tutti i media. Ma la repressione dell’esercito sui manifestanti non attira le condanne internazionali come avvenuto per altre occasioni.

Basti pensare alla Bielorussia, dove il governo ha usato la mano pesante, ma molto meno che in Myanmar, attirandosi condanne e sanzioni unanimi. Molto meno sta avvenendo per il Myanmar. Qualche condanna sporadica, le simboliche sanzioni Usa e nulla più.

Eppure, la rivolta del Myanmar era iniziata come l’ennesima rivoluzione colorata, quelle in cui sono specialisti al Dipartimento di Stato Usa. Le elezioni in Myanmar devono essere apparse a Washington un’occasione propizia per far cambiare rotta a Naypyidaw (questa la capitale), unico Paese del Sud Est asiatico a conservare rapporti quasi indissolubili con Pechino.

Da qui il sostegno per la Lega Nazionale della democrazia, che nelle ultime elezioni ha fatto il pieno, conquistando l’80% dei seggi in Parlamento. Uno sviluppo che i militari, da sempre potere forte del Paese e garanti della Costituzione, non hanno accettato, e, accusando l’LND di brogli, sono intervenuti.

Il segno distintivo hollywoodiano

Ciò ha causato proteste, sempre più affollate, con scontri sempre più violenti con i militari. I manifestanti sembrano godere di appoggi esterni, come dimostra il simbolo della lotta, quel saluto con tre dita alzate ripreso dal film Hunger Games, che sembra sia diventato segno distintivo delle proteste asiatiche, dalla Thailandia a Hong Kong e ora in Myanmar (Reuters).

Così, come accade da qualche anno, quando il potere vuol tagliare i legami tra manifestanti e sostenitori esterni, anche i militari del Myanmar hanno chiuso internet, in particolare Twitter (per inciso, misura adottata di recente anche dall’India, dove si susseguono le proteste degli agricoltori).

Ma a spiegare la nuova solitudine dei ribelli di Naypyidaw è altro. La protesta è iniziata prima delle elezioni americane. E gli Usa l’hanno appoggiata sull’onda della spinta anti-cinese della scorsa amministrazione.

Il cambio della guardia a Washington, con la vittoria di Biden, deve aver influito sulla questione. Non che la nuova amministrazione abbia un rapporto meno conflittuale con la Cina, ma ha una visione un po’ meno folle del contrasto.

Biden e la Cina

Washington non vede più nel conflitto con la sua antagonista asiatica una questione esistenziale sulla quale si gioca tutto il suo destino. Basti pensare al nuovo rapporto con gli alleati europei, che Washington ora considera essenziale in opposizione al recente passato.

Anche il prossimo incontro al vertice Usa-Cina dice tanto in tal senso: il 18 marzo, infatti, il Capo del Dipartimento di Stato, Antony Blinken, e il Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Jake Sullivan, si incontreranno in Alaska con  Yang Jiechi, a capo della Commissione affari Esteri del Comitato Centrale del partito comunista cinese, e Wang Yi, ministro degli Esteri di Pechino.

Tale incontro non sarebbe stato nemmeno pensabile nell’era in cui Mike Pompeo incendiava l’Occidente con la sua retorica anti-cinese. Non che il conflitto vada a chiudersi, anzi è destinato a montare, ma l’incontro indica la volontà, di Washington di tenerlo sotto controllo, evitando i rischi di una guerra globale, prima enormi. Non sappiamo se ciò sarà possibile, ma anche solo l’aver contezza che l’escalation vada razionalizzata, è un passo avanti notevole.

Digressione lunga, ma necessaria per capire perché l’impegno americano nel sostenere le proteste in Myanmar si è abbassato di tono.

La variabile indiana

Ma a gettare acqua sul fuoco sul sostegno Usa è soprattutto la posizione dell’India, che, come la Cina, pur sperando che la situazione si tranquillizzi e auspicando un ritorno a breve della democrazia, ha evitato di condannare l’azione dei militari e continua a tenere aperto il dialogo anche con questi, oltre che con i leader dell’opposizione.

Il punto è che, come tante altre nel mondo, la democrazia in Myanmar è fragile: tante le forze, anche armate che abitano il Paese, da tempo a rischio disgregazione, con i militari come unica forza in grado di tener insieme tutto. E sia India che Cina temono più di tutto la disgregazione del Paese, cosa che aprirebbe un baratro ai loro confini.

Per questo gli Stati Uniti non possono tartassare il Myanmar di sanzioni: rischierebbero di trovarsi in contrasto con l’India, essenziale per contenere la Cina, e anzi di favorire un asse India-Cina sulla questione.

Il Myanmar e il caos

Illuminante, sul punto, l’analisi dell’ex ministro degli Esteri di Singapore, George Yeo, sul South China morning Post, il quale pur deplorando quanto sta avvenendo, spiega che occorre conservare un dialogo con l’esercito: convincerlo a rimettere nel fodero la spada, ma evitare l’equazione che lo veda escluso dal futuro del Paese.

Il “Myanmar – spiega Yeo – è composto da una moltitudine di gruppi etnici che hanno propri eserciti e capacità militari tali da dar vita a guerre” intestine. E l’esercito è l’unica forza coagulante del Paese, l’unico potere in grado di tenere a freno le spinte disgreganti.

La dissoluzione dell’esercito innescherebbe inevitabilmente guerre, come avvenuto in Iraq o in Libia, dove lo scioglimento dell’apparato militare ha visto l’insorgenza dell’Isis e al Qaeda.

Il caos in cui sprofonderebbe il Myanmar “trascinerebbe tutti i suoi vicini, tra cui Cina India, Bangladesh e tutta l’Asean [nel caos], e avremo anni, persino decenni di guai”. Così se è vero che l’esercito è una “parte importante del problema” del Paese, deve comunque essere anche “parte della soluzione”.

Complessità della geopolitica, che vanno considerate per guardare certe tragedie (ché tale resta la repressione) ed evitarne di più grandi.