9 Marzo 2021

La visita di Francesco in Iraq

Papa Francesco tra le rovine di Mosul

La visita del Papa in Iraq è andata bene, anzitutto perché ne è tornato, cosa non scontata come si potrebbe pensare (si immagina che anche un eventuale contagio da Covid-19 sia stato evitato).

Non ha solo confortato il piccolo gregge cristiano del Paese, ma tutta la popolazione, per lo più islamica, afflitta prima da un regime crudele, che per conto degli Usa lo trascinò in una guerra terribile contro il vicino Iran, e poi da indebite attenzioni internazionali, fatte di interventi militari diretti, sanzioni durissime e un’occupazione che ancora permane, nonostante il Parlamento abbia chiesto il ritiro delle truppe Usa.

Tanti i momenti toccanti della visita. Più di tutti, sicuramente, quando, con un  rilancio in mondovisione, è stato recitato il “Padre nostro” in aramaico, la lingua di Gesù.

Il Papa ha incontrato la popolazione sofferente, il grande imam sciita Alì al Sistani, punto di riferimento incontrastato degli islamici, in un incontro pieno di significato, e la Chiesa locale, dai presuli ai fedeli che attendevano una visita papale, ritardata per anni.

Non che la Chiesa abbia abbandonato questo popolo. Tante le attenzioni, le preghiere, gli appelli profusi dai papi in favore di questo povero paese, che sotto il pontificato di Benedetto XVI fu beneficato anche dalla creazione a cardinale di Emmanuel Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei, il secondo porporato iracheno nominato a distanza di un secolo dall’altro.

Ma una visita papale ha un significato alto e altro, dimostrazione di una prossimità concreta che non si ferma neanche davanti a pericoli reali, come quelli che hanno messo a rischio il viaggio.

Il Papa ha visitato le rovine della guerra, in particolare quelle lasciate dalla recente invasione del Califfato, ché di invasione si è trattata, dato che la maggior parte dei militanti dell’Isis proveniva da terre straniere, d’oriente e d’occidente, dai miliziani libici, ai sanguinari ceceni, agli uiguri cinesi dello Xinjiang.

Le Tv hanno rimandato lo scempio delle chiese ad opera di questa legione straniera, dimenticando le chiese bombardate dagli americani durante i loro interventi passati, e dimenticando di raccontare chi avesse salvato il Paese dalla marea nera dell’Isis, cioè l’Iran, in una campagna guidata dal generale Qassem Soleimani, ucciso poi dai missili Usa (vedi New York Times: “Perché l’Isis è contento che Soleimani sia morto“).

Della storica visita ha scritto anche il National Interest, commentando: il viaggio di papa Francesco “dovrebbe anche essere occasione di una solenne riflessione da parte degli Stati Uniti, nazione in cui due persone su tre si professano cristiane e anche la nazione che con la sua politica estera errata ha contribuito alla  quasi estirpazione  del cristianesimo in Iraq”.

L’articolo ricorda che quando gli Stati Uniti “invasero” l’Iraq (“invasero”: parola esatta e normalmente evitata in altri report), i cristiani erano il 6 per cento della popolazione.

Racconta che il regime di Saddam perseguitava i cristiani (cosa non vera dato che Tareq Aziz, il vicepresidente che si era scelto, era cristiano, l’unico leader politico cristiano in un Paese arabo, Libano a parte), ma anche generalmente tollerati, come avvenuto per 2000 anni.

Ma dopo l’invasione americana, le guerre settarie, i rapimenti, gli attentati e quant’altro, hanno flagellato la popolazione irachena, cristiani compresi, la cui presenza si è fatta residuale.

Ma se riportiamo l’articolo è per la sua conclusione, che riferisce le parole del reverendo Andrew White, pastore anglicano che opera in Iraq, il quale alla CBS ha dettagliato la drammatica situazione odierna, sedata ma non per questo pacificata.

“White ha detto alla CBS – si legge sul NI – che la situazione dei cristiani iracheni è ‘chiaramente peggiorata’ sotto il regime forzato dagli Stati Uniti rispetto a prima. ‘Non c’è paragone tra l’Iraq di allora con quello odierno’, ha detto. ‘Le cose non sono mai state così difficili per i cristiani. Probabilmente mai nella storia [i cristiani iracheni] hanno conosciuto una situazione come l’attuale'”.

Così, nella tragedia che si perpetua, papa Francesco ha portato l’inerme conforto che può portare un successore di Pietro. I suoi appelli alla pace non verranno accolti, ché prima di scendere dall’aereo gli americani hanno dichiarato che avrebbero risposto ai missili lanciati contro una loro base da Kata’ib Hezbollah, ma almeno per qualche giorno questa parola ha coperto il rumore delle bombe e dei missili.

E per una volta, oltre ai vacillanti apparati di Sicurezza iracheni, a vigilare sull’incolumità di papa Francesco anche i due più attrezzati contendenti, Hezbollah (che già vigilò sulla sicurezza di Benedetto XVI nella sua visita in Libano del 2012) e americani (il cattolico Biden ha grande stima del Papa, fu lui a ricercare la visita di Francesco negli Stati Uniti nel 2017).

Tale insolita convergenza può essere annoverata tra i successi della visita. Per una volta, invece di farsi la guerra, i due nemici hanno collaborato. Non è cosa da poco.