2 Marzo 2021

1983: giochi di guerra con rischio Terza Guerra Mondiale

Un bombardiere B-1B Lancer simile a quelli recentemente schierati dagli USA in Norvegia in funzione anti-russa

“Il Dipartimento di Stato americano ha declassificato i documenti dell’intelligence che fanno luce sulle esercitazioni Nato Able Archer e sulle loro conseguenze”.

Quando la Guerra Fredda rischiò di tracimare

“Gli analisti americani affermano che queste manovre militari, che si tennero nell’83, portarono il mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale. Secondo le stime dei servizi di intelligence occidentali, l’Urss ritenne che si stava preparando un’invasione e mosse i suoi enormi armamenti. Washington è sicura che in quell’autunno il mondo per la prima volta, dopo la crisi dei missili cubani, fosse sull’orlo della distruzione”.

Così, leggendo l’articolo di Ria Novosti del 26 febbraio, scopriamo che il mondo è stato a un passo dalla distruzione a causa di un’esercitazione militare un po’ troppo realistica.

Allora i rapporti tra Nato e Patto di Varsavia erano molto tesi. La Guerra fredda si era accesa a causa di vari fattori: l’invasione USA di Grenada, il dispiegamento degli “euromissili”, l’abbattimento di un Boeing 747 sudcoreano da parte di un caccia sovietico e la dura retorica di Ronald Reagan verso Mosca (identificata come “Impero del Male”).

“Data la situazione, la leadership dell’Urss ebbe giustamente timore che si trovasse di fronte a una vera aggressione e diede ordine di monitorare con attenzione i movimenti delle truppe ai confini occidentali”.

“… L’esercitazione fu condotta in modalità le più prossime possibile a quelle di combattimento. I suoi organizzatori avevano il compito di raggiungere il massimo realismo e hanno fatto del loro meglio… Furono coinvolte le forze armate di tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica, nonché dipartimenti civili e specialisti”.

“Lo scambio di informazioni criptato via radio tra Stati Uniti e Gran Bretagna fu  tanto intenso che l’intelligence sovietica ritenne che si stessero tenendo consultazioni riguardanti l’uso di armi nucleari”.

La reazione sovietica fu senza precedenti, secondo un rapporto del Presidential Foreign Intelligence Advisory Board  (PFIAB). “Nel 1983 abbiamo inavvertitamente portato il confronto con l’Unione Sovietica sull’orlo di una guerra nucleare”, ammettono gli autori di uno dei documenti pubblicati.

“Le manovre dovevano dare informazioni alle strutture di Comando degli eserciti dell’Alleanza su come procedere, se lo scenario fosse divenuto reale. Il Cremlino ritenne che ciò che stava accadendo in Europa non fosse altro che l’organizzazione di un attacco nucleare contro l’Urss e si preparò a difendere il proprio Paese”.

“Il 2 novembre l’aviazione della 16a armata aerea, schierata in diversi aeroporti nella DDR, fu messa in stato di massima allerta. Poco dopo, l’allarme fu dato anche alla 4a armata aerea, di stanza in Polonia”.

Insomma l’Unione Sovietica era pronta a rispondere. Fortunatamente, l’intelligence americana solo dopo le esercitazioni si accorse che le truppe dell’Alleanza erano finite nel mirino dei russi da più di una settimana, cosa che evitò ulteriori “malintesi”.

Rischi ancora attuali

Il fatto che esercitazioni troppo realistiche in passato abbiano portato il mondo sull’orlo del disastro nucleare sembra non aver insegnato nulla. Oggi, infatti, assistiamo a prove di forza e provocazioni quasi quotidiane tra le forze della NATO e quelle russe lungo confini russi e altrove.

Peraltro, la tecnologia moderna accresce i fattori di rischio. Gli arei invisibili e i sistemi di disturbo elettronico aumentano la possibilità di equivocare un’operazione condotto in un’area sensibile; allo stesso tempo la maggiore velocità degli armamenti moderni, ad esempio i missili ipersonici (quelli usati per uccidere il generale Qassem Soleimani…), riducono drasticamente i tempi di risposta. E la mancanza di tempo rischia di innescare reazioni improvvide.

A questo si aggiunga il fatto che la dottrina della deterrenza nucleare americana, a differenza di quella russa, non ha mai escluso la possibilità del “primo colpo“, cioè dell’attacco senza preavviso, nonostante le numerose richieste avanzate in tal senso da tanti analisti e politici statunitensi.

I rischi sono aumentati dopo le ultime mosse Usa, che si sono ritirati dallo Start (riguardante la produzione e il dispiegamento delle testate atomiche), per fortuna ripristinato con la presidenza Biden, e dal Trattato Cieli aperti, che obbligava i firmatari alla trasparenza sui voli militari (la Russia si è detta disponibile al suo ripristino).

Tanti i rischi, dunque, e tante le occasioni propizie per qualche nefasto dottor Stranamore. Lo scorso dicembre è arrivato l’avvertimento di Putin di una possibilità in tal senso. Gli ha fatto eco, a inizi febbraio, l’ammiraglio Charles Richard, Capo del Comando strategico degli Stati Uniti, secondo il quale una guerra con Russia e Cina “è una possibilità reale“.

Così, a fronte di tali rischi, mentre c’è sollievo per la decisione di Biden di ripristinare lo Start, si resta basiti quando si scopre che gli Usa, più o meno in contemporanea con le dichiarazioni di Richard, hanno deciso di dispiegare per la prima volta i suoi B-1B Lancer, aerei dotati di “capacità nucleari”, in Norvegia, cioè a ridosso dei confini russi.

Certo, gli Usa hanno scoperto di essere rimasti indietro nella corsa all’Artico e ai suoi tesori, che la Russia ha avviato da tempo, e vuol recuperare. Ma piazzare aerei con dotazioni atomiche in Norvegia non sembra sia strettamente necessario allo scopo né un’ottima idea per la pace del mondo.