23 Febbraio 2021

In morte di un ambasciatore

Un momento della visita dell’ambasciatore Attanasio, sabato scorso, alla missione cattolica di Bukavu

L’assassinio dell’ambasciatore italiano presso la Repubblica democratica del Congo, Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista  Mustapha Milambo, hanno riportato sotto la luce dei riflettori il dramma che si consuma in quel lontano Paese africano.

L’assassinio si è verificato a Goma, città del Congo orientale, teatro di una guerra infinita che dura da quasi trent’anni, da quando cioè, agli inizi degli anni ’90, iniziò il boom dei telefoni cellulari, che ha incrementato al parossismo l’industria high tech.

Cosa c’entrano i cellulari con l’omicidio di un povero diplomatico e dell’uomo incaricato di vigilare sulla sua sicurezza? Il fatto è che quella zona del mondo è la chiave dell’industria dell’alta tecnologia: lì, in quell’area si estrae il coltan, essenziale per tale industria.

Ne abbiamo accennato più volte, ed è quasi con disgusto torniamo a scriverne, dato che nulla cambierà. Ma la nefasta cronaca nera costringe a stendere una nota.

La guerriglia senza fine che si consuma nella zona orientale del Congo, il Kiwu in particolare, serve ad alimentare lo sfruttamento delle ricchezze locali. Un ciclo di morte e sopraffazione che vive di guerra senza fine. Si armano bande locali che razziano, devastano, e soprattutto usano i prigionieri per estrarre il coltan.

Non si butta niente: i bambini vengono addestrati per farne soldati implacabili, sotto l’effetto di droghe e altro, le donne avviate alla prostituzione. I signori della guerra locali usano il ricavato del coltan per comprare armi, munizioni e pagare profumatamente i propri soldati, anch’essi assoldati per lo più con la paura (chi non prende le armi o diventa schiavo o muore).

Il coltan viene venduto a intermediari che poi lo rivendono a loro volta alle multinazionali che riforniscono del prezioso minerale l’industria hig tech. Hub di questo commercio globale è il Ruanda, che confina con le regioni orientali della repubblica democratica del Congo.

Il Ruanda non ha coltan nel suo sottosuolo, ma stranamente è il maggior fornitore al mondo di questo indispensabile minerale, oltre che di altre ricchezze predate nella regione vicina (cassiterite, oro etc).

Non è certo un caso che, nell’anno del boom delle big tech, le quali durante la pandemia hanno visto i loro incassi salire alle stelle, l’esportazione del coltan del Ruanda abbia avuto un’impennata record: secondo le stime prodotte dal Paese, l’esportazione di tale minerale è “aumentata del 49%“.

È tanto importante il Ruanda che si chiude un occhio sulla satrapia che da anni lo governa con pugno di ferro. Aveva fatto notizia, alcuni mesi fa, il rocambolesco rapimento del leader dell’opposizione, Paul Rusesabagina, noto al mondo come l’eroe che salvò migliaia di poveretti durante il genocidio ruandese (storia raccontata nel film Hotel Ruanda).

Chi volesse conoscere nel dettaglio la trappola nella quale è caduto Rusesabagina può leggere il lungo articolo dedicato alla vicenda sul New York Times: “Come l’eroe di Hotel Ruanda è caduto in una trappola vendicativa“.

Ma di quel rapimento e dell’incarcerazione di Rusesabagina (alla quale abbiamo dedicato note pregresse) non si sa più nulla. Non è Navalny, né Aung San Suu Kyi, la pasionaria del Myanmar, e a parte qualche articolo di giornale, la sua vicenda è stata relegata all’oblio.

Nessuna protesta internazionale, né sanzioni contro il Paese, anche perché vorrebbe dire sanzionare Bill Gates & Co. cioè i “benefattori” del mondo. Già, perché Kagame, presidente della Repubblica del Ruanda da oltre 20 anni, ha tanti amici potenti, sia nelle Big tech, alle quali necessita il coltan, che nell’olimpo del Partito democratico americano, come ricordava un articolo del NYT.

Ne scrivemmo sul nostro sito: in questa sede si possono ad esempio ricordare gli elogi pubblici che il presidente ruandese ebbe a ricevere da Bill Clinton e Tony Blair, che lo definirono un “leader visionario“, come ricordava il Guardian tempo fa.

Questo il quadro nel quale è maturato l’assassinio di Attanasi,  Iacovacci e  Milambo e che, dato il contesto, è destinato a restare misterioso: nessuno può scoperchiare una pentola che rischia di mettere a nudo il cuore di tenebra della High Tech globale.

L’unica cosa certa è che non sono stati uccisi a caso. La ricostruzione ufficiale dice che l’ambasciatore e il carabiniere non sono periti nel conflitto a fuoco: sono stati portati nella foresta e uccisi a sangue freddo.

Non si tratta dell’assalto di qualche predone, dunque, ma di killer incaricati di un  lavoro. Peraltro le milizie locali evitano di uccidere gli occidentali, che possono fruttare guadagni di vario genere, e soprattutto per non attirare l’attenzione internazionale sui loschi traffici che avvengono in loco.

Forse non si saprà mai il perché di questo sangue. Nè se l’ambasciatore abbia  fatto qualcosa che ha urtato piani alti o altro e più oscuro che ha a che fare con la nostra nazione.

Anche perché su quanto avviene in quell’angolo di mondo la disinformazione è totale: i media mainstream, forse per tedio o per mancanza di fonti, almeno si spera, riferiscono cose del tutto inutili o devianti, spesso frutto della propaganda ruandese, molto ben finanziata (data la sua importanza globale) quanto sofisticata.

Peraltro l’attacco è avvenuto nei pressi di Goma, città al confine tra Repubblica democratica del Congo e Ruanda, che chi ha avuto modo di visitare, come lo scrivente, sa bene quanto sia controllata capillarmente dal Ruanda.

In un reportage in loco, abbiamo avuto modo di constatare che mentre altrove, nel Paese, la gente parlava liberamente delle sanguinarie iniziative ruandesi nella regione, a Goma e dintorni si era costretti a riceve confidenze sussurrate, nel segreto, con la promessa di stretto anonimato…

L’unica cosa sicura che la vicenda dei due italiani uccisi in quel Paese lontano è solo un capitolo di un mattatoio avviato trent’anni fa, che nessuno ha interesse o il potere di chiudere.

 

N.B. Commoventi i numerosi ricordi dell’ambasciatore da parte dei saveriani, missionari da sempre vicini alla stremata popolazione locale. Per loro era solo Luca, un amico che gli aveva sostenuti a Bukavu nella realizzazione di progetti sociali ed era stato a casa loro appena due giorni prima d’essere ucciso, sabato 20 febbraio. “Ci eravamo salutati con tanto entusiasmo e anche con diverse promesse. Luca era riuscito finalmente ad ottenere dal governo congolese il nulla osta per l’adozione internazionale dei bambini da parte dell’Italia; e ci aveva parlato di diversi progetti umanitari in corso”.  Queste le parole di padre Gianni Magnaguagno, saveriano, in un’articolo pubblicato da SIR .  

Ci piace segnalare anche l’ultimo ricordo di padre Franco Bordignon, che in un articolo per l’agenzia DIRE, racconta: “Abbiamo lasciato l’ambasciatore Luca Attanasio ieri dopo la messa, intorno alle 10.30 di mattina. Era una persona squisita, rara da trovare nell’ambiente diplomatico, semplice e accogliente. Quando era qui, c’erano persone che neanche si rendevano conto che fosse proprio lui l’ambasciatore”.