25 Febbraio 2021

Le nuove rilevazioni sull'omicidio di Malcolm X

Nel 1964, la rivista Life aveva pubblicato una famosa fotografia di Malcolm X all’interno della sua abitazione, mentre spiava da dietro la finestra imbracciando una carabina.

“I membri della famiglia di Malcolm X hanno rivelato una lettera scritta da un ufficiale di polizia di New York che, a loro dire, mostra che c’erano il Dipartimento di Polizia di New York (NYPD) e l’FBI dietro l’assassinio, avvenuto nel 1965, del famoso leader afroamericano”.

“La lettera del 2011 dell’ufficiale ora morto, Raymond A. Wood, afferma che Wood era stato costretto dai suoi supervisori del Dipartimento di Polizia di New York a convincere due membri della squadra di sicurezza di Malcolm X a commettere crimini, in modo di arrestarli solo alcuni giorni prima dell’assassinio. A causa di questo non sono stati quindi in grado di garantire la sicurezza all’ingresso della Audubon Ballroom di New York, dove Malcolm X era convenuto quando è stato ucciso.

Malcolm X non aveva paura di essere ucciso: “Vivo come un uomo che è già morto”. Così inizia un articolo del Washington Post del 22 febbraio a firma di Sydney Trent.

Secondo la missiva resa nota dalla famiglia di Malcom X, dunque, la polizia e FBI si adoperarono affinché il leader dei diritti degli afroamericani rimanesse senza protezione così da poter essere ucciso. La confessione fatta in punto di morte dall’ufficiale di polizia apre l’ennesimo inquietante sipario su una vicenda che scosse l’America e ancora oggi resta senza risposte esaustive.

Misterioso resta anche l’omicidio di Martin Luther King. I suoi figli hanno lavorato instancabilmente per preservarne l’eredità, a volte con visioni nettamente diverse.

Ma su un punto chiave sono sempre stati unanimi: James Earl Ray, l’uomo che si è accusato dell’assassinio, non ha ucciso il padre, ma è solo un capro espiatorio usato per chiudere le indagini, a suo volta scaricato dai suoi ispiratori dopo la falsa confessione, peraltro poi ritrattata.

La famiglia King e altri membri del movimento per i diritti civili hanno sempre additato l’ossessione dell’FBI contro King come indizio sicuro che a ucciderlo sia stato proprio il Bureau, probabilmente in combinato disposto con la Cia.

King fu ucciso a Memphis il 4 aprile 1968, ma, prima del giorno fatale, l’Fbi aveva lavorato attivamente per screditarlo in ogni modo, anche tramite stampa (la famosa stampa libera…) e lo teneva sotto strettissima sorveglianza.

Nonostante l’inchiesta ufficiale abbia concluso che Ray è l’unico responsabile del crimine, motivato solo dall’odio razziale, in realtà un’altra indagine, locale, ha dato risultati opposti,

Così sul Washington Post: “Fino alla sua morte, avvenuta nel 2006, Coretta Scott King [moglie di Martin], ha sostenuto che l’assassinio era frutto di una cospirazione. La sua famiglia ha intentato una causa civile nel 1999 per ottenere che fossero date maggiori informazioni all’opinione pubblica e una giuria di Memphis ha stabilito che i governi locali, statali e federali erano responsabili della morte di King. La trascrizione completa del processo resta pubblicata sul sito web del King Center”.

Secondo il Washington Post, la lettera dell’ufficiale di polizia resa pubblica dalla famiglia di Malcom X, nella quale si esplicita l’idea di una cospirazione più ampia dietro l’assassinio, potrebbe riaprire non solo il suo caso, ma anche quello di Martin Luther King.

Ci siano consentite due osservazioni. La prima, ironica, riguarda la tempistica di queste rivelazioni, avvenute sull’onda del ravvivarsi delle rivendicazioni dei diritti degli afroamericani negli Stati Uniti.

Rivelazioni di sicuro interesse, ma resta il fatto che sono possibili solo a grande distanza dagli eventi e solo perché ormai la questione razziale è brandita dall’establishment contro l’odio razziale: sia quello vero, proprio di alcune frange estreme, sia quello asserito, del quale sarebbero affetti tutti i fan di Trump.

La seconda è la notazione che certe domande sugli omicidi in questione, oggi legittimate, se si sta ai paradigmi propri dell’informazione attuale, sarebbero state bollate da cospirazionismo e, come tali, cassate dall’informazione ufficiale, con tanto di censura sui social media. Come si può notare, a essere cospirazionisti si rischiano errori, ma a volte ci si indovina…

Da ultimo, ci si permetta di manifestare qualche scetticismo sulla reale incidenza della lettera dell’agente di polizia che ha denunciato il complotto contro Malcom X.

Malgrado sia una palese confessione, resa dall’uomo poco prima di morire e per questo abbia lo stigma della verità, difficilmente le autorità Usa ammetteranno il complotto.

Al massimo potranno concludere, in via aleatoria, che una cospirazione di tal genere è stata possibile. Acclarare la colpevolezza degli apparati di Sicurezza americana ne lederebbe l’immagine internazionale, appannerebbe quella degli Stati Uniti e, soprattutto, aprirebbe la via ad approfondimenti su altri crimini, a iniziare da quello contro John Fitzgerald Kennedy (e altri, più prossimi…).