19 Febbraio 2021

NYT: la guerra infinita tramite sanzioni

“È giunto il momento”, ha promesso Joe Biden lo scorso anno, “di porre fine alle guerre infinite”. Dichiarazione ripresa da Peter Beinart sul New York Times del 15 febbraio per una precisazione: la definizione di guerra fin qui utilizzata è troppo ristretta. Infatti, accanto alle azioni di guerra tradizionali o a bassa intensità si dimentica troppo spesso che gli USA soffocano gli avversari, soprattutto i più deboli, con sanzioni che le tagliano fuori dal mercato internazionale.

Le sanzioni, scrive Beinart, sono la declinazione moderna di quel che avveniva nel Medioevo tramite “assedio”, quando si circondava una citta per piegarla per fame e malattie.

Sanzioni mirati e danni collaterali

Spesso Washington, scrive il Nyt, relativizza le sanzioni, spiegando che servono a evitare l’acquisizione di armi e dichiarando che penalizzano sono alcune società e non l’intera popolazione. Qualche volta, forse, è anche così. Ma nel caso di alcuni paesi, come Iran, Venezuela, Corea del Nord, Cuba e la martoriata Siria, questi moderni assedi senza fine hanno una portata ben più ampia e devastante, tormentando interi popoli.

Peraltro, “gli Stati Uniti non si limitano a inserire nella lista nera individui, imprese, istituzioni governative o persino interi settori dell’economia dell’avversario…”, ma piegano ai loro desiderata anche “banche e società straniere, impedendo loro, in caso contrario, di fare affari con gli Stati Uniti… Le punizioni per chi viola tali disposizioni americane possono essere incredibilmente dure”.

Sul punto, il Nyt riporta il caso della banca francese BNP Paribas, costretta a pagare “quasi 9 miliardi di dollari di multa” per non essersi piegata a tale regime. Punizione, peraltro, comminata da giudici americani, che si sono eretti in tal modo a giudici del mondo.

Ovviamente la narrazione comunemente accettata racconta che le sanzioni Usa non riguardano i beni umanitari, che ne sarebbero esenti.

Ma la realtà, scrive il Nyt, dice un’altra cosa: per evitare di entrare in conflitto con la legge (e la potenza) americana spesso banche e aziende non provano a commerciare con i paesi inseriti nella black list nemmeno i beni umanitari.

Un meccanismo spiegato da Beinart attraverso un caso particolare, riportato da Human Rights Watch: “Nel 2018, il Los Angeles Times ha riferito che uno dei più grandi ospedali pubblici della Siria stava lottando per acquistare pezzi di ricambio per le sue macchine MRI e scanner CT”, invano.

A spiegare il motivo della strenua lotta delle autorità sanitarie siriane sono state le Nazioni Unite, riferisce il Nyt, che dettaglia come le aziende private non sono disposte ad affrontare gli ostacoli posti dalle sanzioni per trovare una qualche rassicurazione che gli consenta di trattare con la Siria senza correre il rischio di venire accusata di aver “inavvertitamente violato” le stesse. Rassicurazione, peraltro, quasi impossibile, dato che impera l’arbitrio di cui sopra.

La scorsa primavera, mentre il coronavirus era andato fuori controllo in Iran, il senatore Chris Murphy del Connecticut ha avvertito che le sanzioni “stavano rendendo molto difficile, se non impossibile, l’invio delle forniture mediche” a Teheran. “Nel 2019, – continua il Nyt – un ente di beneficenza con sede in California si è lamentato di non poter inviare sedie a rotelle, stampelle o bastoni in Corea del Nord”…

Errare è umano, perseverare…

Di contro, tutto questa sofferenza imposta alle popolazioni, scrive il Nyt, non ha avuto alcun esito per quanto riguarda la politica estera americana, dato che, nonostante tutto, Nicolas Maduro e Bashar al-Assad sono ancora al loro posto. Né è mutato nulla in Corea del Nord o in Iran. Per non parlare del più antico regime sanzionatorio, quello contro Cuba, in vigore da oltre 50 anni, senza esito.

Un piccolo spiraglio il NYT lo vede comunque nella nuova amministrazione americana, che starebbe “esaminando se le sanzioni stanno ‘ostacolando indebitamente le risposte alla pandemia di Covid-19“. Ma – avverte – “le sofferenze inflitte dagli assedi americani non sono iniziate quando il virus ha colpito il mondo né finirà quando sarà vinto”.

Resta da chiedersi il perché di tanta perseveranza in politiche così brutali, generalizzate e tanto vane dal punto di vista geopolitico. Paradossalmente, secondo il Nyt, è proprio la loro inefficacia a condannare Washington a perpetuarle: revocarle significherebbe ammetterne la vacuità e, di conseguenza, ammettere che il potere potere americano ha dei limiti.

Quando non possono intervenire militarmente, infliggere sanzioni è il modo con cui gli Stati Uniti manifestano la loro onnipotenza, sia rispetto ai loro avversari che  nel consesso internazionale.

Amare le conclusioni del NYT: “Illudendosi sulla portata della potenza americana, [i suoi governanti] la stanno consumando. Una fonte chiave del potere americano è il dollaro, che funge da valuta di riserva per gran parte del pianeta. Il fatto che tante banche e imprese straniere usino i dollari per le transazioni internazionali le rende succubi della paura delle sanzioni secondarie americane”.

“Ma più Washington brandisce il dollaro per costringere i non americani a partecipare ai suoi assedi, maggiore sarà il loro incentivo a trovare un’alternativa al dollaro. La ricerca di un sostituto sta accelerando… In astratto, l’America potrebbe smettere di assediare le nazioni più deboli perché procura loro danni. Sfortunatamente, è improbabile che ci fermeremo finché ciò non farà del male a noi”.