5 Febbraio 2021

Biden: bisogna porre fine alla guerra nello Yemen

Il primo discorso di Joe Biden al Dipartimento di Stato va letto con attenzione, dato che è programmatico. Il presidente si è tenuto in linea con la retorica ormai dominante dopo la vittoria dell’establishment sulla variabile Trump, da cui le ovvie considerazioni sugli antagonisti globali, Russia e Cina, la lotta per la difesa dei diritti universali, dei quali gli Usa sarebbero paladini (!), in patria e all’estero etc.

Ovvie le parole sulla necessità di ripristinare i rapporti con gli alleati, che l’isolazionismo di Trump ha eroso: rapporti necessari al rilancio della leadership globale Usa, anch’essa da ripristinare di nuovo “non solo con l’esempio del nostro potere, ma anche con il potere del nostro esempio” (rimandiamo alla nostra nota “Usa gendarme del mondo: la Potenza messianica“).

Come ovvie le parole sulla necessità del ritorno degli Usa negli organismi internazionali, dai quali Trump si è ritirato, e sul  “ritorno della diplomazia”, che forse salverà il mondo dalle “bombe umanitarie” o forse no, dopo la sospensione avvenuta negli anni dell’amministrazione precedente.

La Cina, concorrente serio

Altri cenni e omissioni appaiono meno ovvi. Anzitutto la definizione della Cina: non più nemico esistenziale, ma “concorrente più serio”, espressione che segnala un abbassamento dei toni e forse un decremento dell’assertività anti-cinese.

Lo denota anche l’apertura successiva: “Siamo pronti a lavorare con Pechino quando è nell’interesse dell’America”. Parole che appaiono implicita risposta alle richieste cinesi di un cambio di indirizzo degli Usa (rimandiamo a Ria Novosti).

Va, però, segnalato che, nello stesso giorno, gli Usa hanno inviato l’incrociatore Mc Cain nello Stretto di Taiwan: quasi una dichiarazione di guerra, dato che si tratta formalmente di acque territoriali cinesi (come se Pechino inviasse una nave da guerra al largo di New York)… Segno che, sul punto, Biden dovrà guardarsi dai falchi.

Dunque la Cina non è “minaccia esistenziale”, espressione che Biden ha riservato solo alla cosiddetta “emergenza climatica”, verso la quale ha reindirizzato la politica Usa, che dovrà guidare il mondo nella nuova età ambientalista.

Sulla pandemia il presidente ha speso usate parole, evitando però il tragico errore dell’amministrazione precedente, che ha addossato tutte le colpe a Pechino nella speranza di trascinare il mondo in una crociata anti-cinese.

Non solo tale forzatura ha dato il risultato opposto, allontanando gli Usa dai suoi partner, ma ha avuto l’esito di tagliare i residui fili di comunicazione Washington-Pechino

Sul tema pandemia, un cenno inquietante, quando ha prospettato una risposta sistemica che, non solo ci liberi dall’attuale, ma sia in grado di “rilevare e prevenire future pandemie, perché ce ne saranno altre“. Insomma, siamo entrati nell’era pandemica.

Sul punto si può notare, en passant, che tale era si associa a quella della Tecnica, il mondo virtuale-digitale nella quale abitano, rincorrendosi, virus e antivirus. Bizzarrie dei parallelismi.

Nessun cenno al ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, decisione presa da Trump e tacitamente approvata, al tempo, da Biden. Sul punto c’è contrasto. Pare, tra l’altro, che tale ripiego sia “illegale”, come rileva il sito Sicurezza internazionale, dato che il Congresso ha votato una legge che nega i fondi per effettuarlo (a certi ambiti guerrafondai difetta il senso dell’ironia).

Né poteva mancare una condanna del golpe in Myanmar, sul quale ha detto di voler intervenire: primo cenno di quell’ingerenza umanitaria che in passato ha causato tragedie che si spera siano evitate in futuro (dubitare è legittimo).

La guerra in Yemen

Nessun cenno all’accordo sul nucleare con Teheran, sul cui ripristino si è iniziato a lavorare. Tema sensibile, sul quale evidentemente è meglio lavorar tacendo.

E però più che parole, nel suo discorso ha fatto un’evidente apertura, seppur indiretta, a Teheran, quando ha parlato della guerra nello Yemen, per la quale ha speso parole durissime.

Questa “catastrofe umanitaria e strategica”, come l’ha definita riprendendo il grido disperato dell’Onu (tanto obliato dai media), “deve finire“, Sul punto, non solo parole: ha, infatti, comunicato: “Stiamo interrompendo tutto il sostegno americano alle operazioni offensive nella guerra in Yemen, comprese la relativa vendita di armi”.

“Ho chiesto al mio team del Medio Oriente – ha aggiunto – di garantire il nostro sostegno all’iniziativa guidata dalle Nazioni Unite per imporre un cessate il fuoco, aprire canali umanitari e ripristinare i colloqui di pace da tempo sospesi”. E ha nominato allo scopo un inviato speciale, Tim Lenderking, che dovrà dar concretezza a tutto ciò.

Come accennato, si tratta di un’apertura indiretta all’Iran, che sostiene i ribelli houthi e da tempo chiede iniziative analoghe.

Sul tema Yemen va tenuto presente anche il cenno alla “catastrofe strategica” di cui sopra, a indicare che i sauditi hanno perso la loro stupida, feroce, inutile guerra. E, insieme, il riconoscimento che l’appoggio Usa ha danneggiato non poco l’immagine Usa, motivo peraltro sotteso a questa svolta.

Insomma, oltre alle inevitabili banalità, qualche passo concreto e nella giusta direzione di un’amministrazione destinata a vivere tra luci e ombre.

Interessante, infine, il passaggio in cui il presidente ha identificato il suo mandato come “amministrazione Biden-Harris”. Il futuro presidenziale di the Vice è, dunque, destino manifesto. Data la pericolosa assertività della Vice si spera in una diluizione dei tempi.

 

Nota a margine. Gli Stati Uniti stanno procedendo a revocare la designazione dei ribelli houti come gruppo terrorista, passo necessario a intavolare trattative per giungere a un cessate il fuoco e altro (The Hill).