4 Febbraio 2021

Il caso Navalny e il palazzo di Putin

Le proteste in Russia proseguono. I manifestanti chiedono la scarcerazione di Alexej Navalny, l’oppositore che Putin avrebbe tentato di avvelenare.

Tornato in patria per continuare la lotta, il blogger anti-Cremlino è stato condannato per violazione del regime di libertà vigilata, pena che gli era stata comminata in precedenza.

Per l’Occidente si tratta di una persecuzione, la Russia risponde che la magistratura ha solo applicato la legge.

Il processo a Navalny

A denunciare Navalny fu l’azienda di cosmetici francese Yves Rocher, della quale Navalny era il referente in Russia: l’oppositore del Cremlino si sarebbe intascato l’equivalente di 400 mila dollari.

Nel 2014 Navalny fu condannato a 3 anni e mezzo di carcere. Dopo dieci mesi di domiciliari la pena fu sospesa e nel dicembre scorso sarebbe decaduta. Ma due giorni prima della scadenza i magistrati hanno convocato Navalny, allora in Germania, dove era stato trasferito dopo l’asserito avvelenamento.

Per i magistrati era in grado di presentarsi davanti al tribunale e la sua assenza è stata giudicata una violazione della libertà vigilata, da cui la condanna a scontare la pena sospesa (meno i dieci mesi già scontati).

Un pretesto? Probabile, anche se è immaginabile che Navalny potesse tornare in patria. A metà settembre, infatti, aveva pubblicato un filmato in cui camminava da solo. Non abbiamo altre notizie pubbliche, solo che il 17 gennaio ha annunciato il suo ritorno in Russia.

Aveva paura di ritorsioni? Possibile, ma come si è visto, tale paura gli è passata solo alcuni giorni dopo. Possibile anche che la magistratura si sia indispettita (succede, e non solo in Russia).

Anche la causa potrebbe essere stata pretestuosa, dicono, ché la Yver Rocher, dopo la condanna ha fatto una mezza retromarcia tramite un comunicato in cui si leggeva di “non aver subito danni”. Formula ambigua, dato che non discolpa affatto il blogger, limitandosi a riferire l’assenza di danni per l’azienda.

Un comunicato, peraltro, che sembra frutto di pressioni. Le Monde scrive, infatti, che la denuncia aveva attirato contro l’azienda una campagna avversa con tanto di boicottaggio.

Detto questo, lo status di perseguitato politico e la condanna del 2014 non hanno impedito a Navalny di muoversi liberamente né di continuare la sua attività politica, che nell’ultima tornata elettorale ha registrato un qualche successo, a conferma di una relativa libertà d’azione.

Si può rilevare che in altri regimi avrebbe avuto meno libertà. E, se confrontiamo la sua persecuzione politica con quella subita da Julian Assange, per anni costretto a rifugiarsi in ambasciate straniere, inseguito da accuse pretestuose e tanto altro, si può dire che, al confronto, gli è andata di lusso.

Non si tratta di beatificare la Russia, solo di relativizzare certe narrazioni, frutto del maccartismo imperante.

Senza dimenticare che il sostegno degli Stati Uniti a Navalny suscita a Mosca analoga reazione di quella prodotta dalle asserite ingerenze russe in America.

Insomma, in questa vicenda labile è il confine tra propaganda e realtà. Cenno che va tenuto presente per analizzare i recenti avvenimenti.

Di manifestazioni e palazzi

Il media Usa National Interest aiuta a districarsi nel caos dell’informazione. Riguardo le proteste, infatti, spiega che non tutti sono scesi in piazza per Navalny. Tanti, infatti, si sono uniti per protestare contro i lockdown, come avviene un po’ in tutto il mondo. E quasi tutte le persone arrestate sono state rilasciate subito.

Il NI analizza poi il video del sontuoso “palazzo di Putin” pubblicato da Navalny, che proverebbe un indebito arricchimento dello zar.

Il NI spiega che le tante visualizzazioni del filmato, interpretate come uno strepitoso successo del blogger, vanno relativizzate.

Infatti, se le visualizzazioni sono state oltre 100 milioni, solo 21 milioni sono di cittadini russi e di questi “solo 15 milioni hanno guardato oltre 30 secondi del film. 11,6 milioni lo hanno visto per più di due minuti e solo 3,4 milioni lo hanno visto tutto”. Percentuale minimale rispetto alla popolazione del Paese, in linea con i voti che Navalny sposta alle elezioni.

Senza contare, conclude il NI, che guardare un video non significa necessariamente condividerlo…

La saga del palazzo di Putin ha suscitato clamore. I cronisti russi hanno messo in evidenza asserite falsità del filmato e Putin ne ha negato il possesso, poi rivendicato da un imprenditore russo.

Non entriamo nel dibattito, rimandando al NI, in questa sede ci limitiamo a rilevare che attribuire ai nemici degli Stati Uniti palazzi da favola per provarne la corruttela è ormai diventato un topos della propaganda.

Si può ricordare il palazzo di Saddam, con tanto di laghetto dove il tiranno “amava pescare“; oppure i palazzi da favola della famiglia Gheddafi, ai nulla importava “del popolo libico, volevano solo vivere in un paradiso”, come da commento di un oppositore riferito dai media.

Topos usuale quanto banale, insomma. Peraltro si può rilevare che, se la prova che Putin è corrotto è un palazzo, vuol dire che non si è trovato altro (su lui indaga l’intelligence di mezzo mondo).

Infine, si può rilevare che sui palazzi del potere, quello vero, d’Occidente, si potrebbero scrivere enciclopedie (chissà il palazzo di Bezos…).

Eppure, nonostante il ritorno di fiamma della conflittualità Usa-Russia, Biden si muove con lodevole pragmatismo. Ha infatti concordato con Putin il rinnovo per 5 anni del trattato START sulle armi nucleari, stracciato dalla passata amministrazione. Nel buio, una notizia confortante.