2 Febbraio 2021

La censura di Big Tech e lo zar della realtà...

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Il Washington Post ha pubblicato uno studio della New York University che analizza le accuse di faziosità mosse dai repubblicani contro i social media. Lo studio è giunto alla conclusione che non c’è alcuna evidenza che questi abbiano peccato in partigianeria durante la campagna elettorale e che la censura contro Trump discendeva da motivi “ragionevoli”.

La scure delle Big Tech

Il WP da sempre è apertamente anti-Trump, né ci stupiremmo se quanti hanno condotto la ricerca pubblicata siano in qualche modo in rapporto con i social in questione.

Non ci sarebbe che da sorridere per una ricerca tanto sciocca e per i suoi esiti scontati, ché lo schieramento di Big Tech contro il predecessore di Biden è evidente anche a un bambino.

Axios ha elencato le società digitali che, del tutto o in parte, lo hanno censurato: Reddit,  Twitch, Shopify, Twitter, Google, YouTube, Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok, Apple,Discord, Pinterest, Amazon AWS, Stripe, Okta, Twilio…

Talmente ampia l’evidenza del loro schieramento anti-Trump, che tanti, anche non certo fan di Trump, hanno parlato di censura inquietante. La stessa Merkel, che di Trump in molti momenti è stata fiera antagonista, ha espresso i suoi autorevoli dubbi sulla legittimità di tali iniziative. E così Macron, e un po’ tutta la vecchia Europa.

Quanto avvenuto, infatti, esula dalla persona, che può stare più o meno simpatica, perché ha a che vedere coi fondamenti della democrazia. Se tante aziende delle comunicazioni, alle quali si devono aggiungere i media mainstream – tutti allineati e coperti – ieri hanno colpito Trump, in futuro faranno lo stesso con altri.

I padroni della narrazione possono distruggere chiunque, condannarlo all’oblio o peggio. Peraltro, hanno sempre modo di autoassolversi, sia attraverso ponderose motivazioni alla censura, sia attraverso studi più o meno compiacenti pubblicati su media altrettanto compiacenti.

Il re è nudo e contento

Tanta ironia in questa autoassoluzione. Si rinnova la novella del re nudo, solo che nella favola, il potere, svestito dell’usuale austerità, perdeva mordente. In questo caso la nudità non lo scalfisce affatto. Il potere continua, infatti, a perpetuare il suo mantra in un esercizio ipnotico di cui per primi cadono preda i tanti funzionari della macchina narrativa.

E chi deraglia dai binari narrativi rischia di essere bannato, cioè bandito dal consesso della comunicazione, riservata ai soli fedeli del Credo.

Una deriva non nuova: l’abbiamo vista applicata a tanta propaganda americana del passato, in particolare nelle Primavere arabe, nelle guerre infinite e nelle rivoluzioni colorate. Ma negli anni tale spinta è aumentata, diventando sempre più forte e potente.

Certo, la propaganda c’è sempre stata, ma mai nelle democrazie occidentali – tranne tragiche eccezioni che furono tali – si era visto una tale conformità e un tale rigetto delle narrative non conformi, né un tale controllo.

Un veleno entrato in circolo nel circuito della comunicazione lentamente e che, poco a poco, ha infettato tutto il corpo, con gradite eccezioni che confermano la regola.

E che ha accelerato il suo corso durante la pandemia, dove si è scomodato l’uso della parola “negazionismo” per bollare i dissenzienti, non solo i folli, ma anche quanti pongono ragionevoli dubbi. Parola con assonanze sacrali, da riservare ad altro (vedi alla voce Olocausto).

Tanto che sembra che Google e gli altri colossi digitali stiano apprestandosi a censurare i contenuti avversi alle vaccinazioni. Al di là della motivazione – anche noi riteniamo necessari i vaccini – resta l’arbitrio al quale il processo alle notizie è consegnato e le inevitabili dilatazioni del campo d’azione dei censori.

Inoltre, uno strumento, una volta applicato, è lì per restare, con inevitabili reiterazioni future.

Lo zar della realtà

Eccessivo catastrofismo? Beh, forse rischiamo di peccare in difetto. Basta leggere l’articolo del New York Times che chiede all’amministrazione Biden di nominare uno “zar della realtà” (sì, avete letto bene: uno “zar della realtà”; non ci credevamo neanche noi).

Compito dello zar e del suo staff dovrebbe essere quello di contrastare il terrorismo interno – quasi tutti gli elettori repubblicani, a stare a certi articoli Usa –  e la “disinformazione”.

Non avremmo mai creduto di veder nascere quello che Orwell definiva “Ministero della Verità”, il dicastero che nel suo1984 aveva come slogan fondanti: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza (sul primo punto si può notare l’assonanza con le guerre per portare la democrazia nel mondo, gli altri hanno assonanze più sottili con l’attualità, ma non per questo meno puntuali).

Il Ministero della Verità aveva il compito di produrre l’informazione e rettificare quanto scritto in passato e non conforme al potere.

Ogni riferimento al movimento globale che nei mesi scorsi ha preso di mira monumenti considerati offensivi è del tutto accidentale, anche se, ovviamente, la riscrittura del passato, sempre appannaggio dei vincitori, è a più ampio spettro.

Difficile si giunga all’assurdità dello “zar della realtà”, non fosse altro perché il gioco per funzionare deve essere occulto e nutrirsi di tale occultismo. Ma il fatto che un giornale tanto importante per l’America (e per il mondo) come il New York Times abbia avanzato una richiesta in tal senso fa riflettere.