23 Gennaio 2021

Covid-19: l'Occidente e Israele aprono ai vaccini russi

In note pregresse abbiamo scritto della guerra dei vaccini che impazza nel mondo. Guerra silenziosa, che vede in gioco interessi enormi, sia politici che finanziari, combattuta senza l’uso di armi convenzionali, ma che fa ugualmente morti e feriti, dato che nuoce al contrasto della pandemia.

Una guerra con vincitori e vinti, con Pfizer-BionTech e Moderna sugli scudi e i vaccini russi e britannici nella polvere.

Pfizer e Moderna: tutto oro ciò che luccica?

Alla geometrica efficacia dei primi è stata contrapposta l’incertezza dei secondi, che, quindi, finora sono stati esclusi dai ricchi mercati occidentali, monopolizzati dalle Case farmaceutiche Usa (e tedesche).

Di per sé non ci sarebbe nulla di male, se tutto fosse come si racconta. Ma tante criticità emerse sui vaccini vincitori fanno sorgere dubbi.

Abbiamo riferito come il vaccino Pfizer fosse finito sotto osservazione in Norvegia dopo il decesso di 23 persone. Persone estremamente fragili, come hanno sottolineato le autorità sanitarie del Paese, le quali, però, hanno iniziato a interrogarsi sulla possibilità di evitare la vaccinazione a tali fasce di persone.

Un dubbio che si è insinuato anche nell’Unione europea, almeno a stare alle dichiarazioni raccolte da Bloomberg, nelle quali si suggeriva di monitorare con attenzione la vaccinazione diretta alle fasce di popolazione di cui sopra.

A tutto ciò si è aggiunto il giallo delle perplessità suscitate in seno all’Agenzia europea del farmaco dal vaccino Pfizer, emerse da alcune e-mail trafugate all’Agenzia stessa e riportate dall’autorevole quotidiano francese Le Monde.

Perplessità alle quali si deve aggiungere quanto avvenuto in California, dove la somministrazione del vaccino Moderna – basato anch’esso, come quello Pfizer, sull’Rna messaggero – è stato sospeso a causa di conseguenze impreviste.

Il vaccino dello zar e lo zar del vaccino

A suscitare perplessità anche le dichiarazioni dello zar antivirus d’Israele, il dottor Ronni Gamzu,  il quale ha detto che la prima dose del vaccino Pfizer è meno efficace di quanto dichiarato dalla Casa farmaceutica, cioè non il 50% ma il 33%.

Fonte più che autorevole e dichiarazione che suscita ovvi dubbi anche sull’efficacia della seconda somministrazione, anche se sul punto pare siano usciti dati più rassicuranti.

A tentare di porre rimedio alla voce dal sen fuggita dello zar in questione è stato il ministero della Salute israeliano, che ha parlato di un’estrapolazione indebita delle sue parole, dato che al momento è impossibile monitorare la reale efficacia della prima dose (Times of Israel).

Possibile, ma sembra più un’affrettata copertura di una gaffe che altro, dato che lo zar ha dato cifre e percentuali, frutto di un qualche studio. E gli studi in Israele li sanno fare.

Il punto è che è ovvio che si tenda a evitare nuovi allarmi, in un contesto più che allarmato. Ma le pregresse certezze delle autorità sanitarie e politiche d’Occidente sembrano essersi incrinate, come sembra dimostrare la nuova attenzione riservata ai finora negletti vaccini russi.

Ue e Israele, aperture parallele

Di ieri l’apertura della Merkel, che ha dichiarato che, se l’Agenzia del farmaco europeo darà l’ok, si potrà parlare con Mosca “di accordi sulla produzione e anche sull’uso” del loro vaccino.

Apertura analoga e contemporanea in Israele: Mosca e Tel Aviv hanno, infatti, aperto un dialogo sulla possibilità di una partnership per la “produzione congiunta di vaccini” (Haaretz).

Possibile spiegazione di tali aperture è che si intenda porre rimedio a errori precedenti senza destare allarmi. Non si hanno invece notizie certe sul vaccino di Oxford (che poi è nato da una ricerca italiana), dato che l’Ema ancora tentenna.

È ovvio che lo sviluppo dei vaccini in questa emergenza globale sia stato condotto sotto immani pressioni, da cui possibili forzature. Resta, però, la perplessità sull’informazione sottesa a questa corsa forzata, in particolare il discredito riservato ai vaccini russi e britannici (e quelli cinesi?).

Una disparità di trattamento che sembra discendere più da ragioni geopolitiche e da interessi economici che da dati reali, come sembrano indicare le aperture postume.

Ed è evidente che i vaccini finora snobbati erano più efficaci di quanto sostenevano i più o meno interessati o distratti detrattori. I dati ora sono disponibili a tutti, dato che tali vaccini sono stati acquistati e distribuiti da vari Paesi che non potevano permettersi i più costosi vaccini americani.

Le fiamme di Astrazeneca e l’Ivermectina

Nel frattempo, da registrare due notizie provenienti dalla Gran Bretagna. La prima indiretta e riguarda il vaccino di Oxford, prodotto da Astrazeneca. Un destino infausto grava su tale impresa, come dimostra l’incendio che ha divorato la sua fabbrica in India, la più grande del mondo nel settore dei vaccini.

Cinque i morti, anche se fortunatamente la produzione del vaccino anti-Covid-19 è salva. Ma certo le fiamme indiane non aiutano.

In secondo luogo, uno studio britannico ha rivelato l’esistenza di un farmaco che sembra abbia certa efficacia contro il Covid-19. Scoperta che ricorda, peraltro, come in tempi di esaltazione per i vaccini si sia un po’ dimenticata l’importanza di cercare cure per la patologia, pure importanti e sulle quali non si è investito in maniera analoga e in parallelo.

Si tratta dell’Ivermectina, già utilizzata contro altri virus. Una scoperta italiana, e fin dall’aprile scorso (quasi a inizio pandemia) il Consiglio nazionale delle Ricerche ne riferiva le potenzialità contro il Covid-19. Annuncio che cadde nel vuoto. Oblio che si aggiunge ai tanti misteri dolorosi di questa pandemia.