22 Gennaio 2021

Biden e i rischi del declino della potenza americana

“La sfida più grande che dobbiamo affrontare nel XXI secolo non è tanto l’ascesa della Cina, quanto il declino dell’America. L’ascesa della Cina finora è stata pacifica, ma il declino degli Stati Uniti può essere altrettanto pacifico?”.

“Se gli incessanti interventi militari del Pentagono dopo la Guerra Fredda hanno ridotto la forza nazionale degli Stati Uniti – un punto sul quale ormai pochi sembrano non concordare -, mostrano anche che il declino degli USA, per quanto graduale, è tutt’altro che stabile”. Così sul South China Morning Post, una nota che ci sembra cogliere il punto essenziale del momento.

Il diniego dell’inevitabilità di tale declino è parte essenziale del problema. La presidenza Trump ne aveva preso atto e, pragmaticamente, aveva immaginato un nuovo posto dell’America nel mondo, che, attraverso l’isolazionismo, ne avrebbe salvaguardato la primazia globale.

Ma l’establishment non ha accettato tale prospettiva, che ritenevano minimalista, da cui la guerra e la vittoria su Trump (da notare che, se l’isolazionismo svilisce il Sud America, confinandolo a cortile degli Stati Uniti, nella seconda accezione il cortile è il mondo intero).

Ma tale ambito ha due anime: quella che vorrebbe tornare agli Usa come gendarme del mondo e quella che immagina di conservare la supremazia globale grazie al soft power e al primato finanziario-tecnologico.

Queste le due anime che ora lottano per dare forma concreta all’agenda di Biden, che rappresenta l’ala più moderata, come ha voluto significare chiedendo nel primo giorno di lavoro il prolungamento del trattato Start sulle armi nucleari stipulato con la Russia, stracciato dalla precedente amministrazione.

Decisione con la quale ha inteso inviare anche un primo segnale all’Iran, in direzione di un ritorno dell’America al trattato nucleare siglato da Obama, come da promessa della campagna elettorale.

Resta che la prospettiva del primato americano deve per forza di cose avere un contenimento attraverso l’accettazione degli spazi altrui. Ciò attraverso accordi, più o meno taciti, con i vari protagonisti della geopolitica globale, che garantiscano anche a questi degli spazi di manovra.

In tale prospettiva, se è ancora impossibile ammainare la bandiera dell’eccezionalismo americano, è giocoforza almeno ricercarne una declinazione più soft.

È quanto accadeva durante la Guerra Fredda, quando tale eccezionalismo si poneva a fondamento dell’idea di una guida americana per l’Occidente e si proponeva come faro di libertà per i Paesi consegnati all’Urss con, però, la rinuncia esplicita a ingerirsi nei loro affari interni.

Un sistema che iniziò a scricchiolare con la rivoluzione colorata polacca per finire con la caduta del Muro di Berlino (non che si rimpianga l’accaduto, ma esistevano strade alternative, meno rischiose per il mondo, non percorse).

Così la via intrapresa da Biden ha un’ambiguità di fondo, che lascia ampi spazi di manovra ai nostalgici delle bombe e delle guerre infinite, “patrioti” molto più pericolosi per l’America e per il mondo dei patrioti che sostengono Trump.

Un’ambiguità che resterà probabilmente irrisolta nella sostanza, data l’irrevocabilità dell’eccezionalismo americano, ma che Biden tenterà di risolvere in via pragmatica, almeno finché durerà la sua presidenza, che gli ambiti più agguerriti tenteranno di accorciare in vari modi.