15 Gennaio 2021

L'inquietante esperimento di Google in Australia

“Il gigante della ricerca su internet Google ha ammesso di aver bloccato in modo intermittente alcuni siti di notizie australiani dagli utenti della ricerca”.

“Negli ultimi giorni gli utenti di Internet hanno segnalato che i siti di notizie australiani sono scomparsi dalla funzione di ricerca di Google”

“[…] Il colosso multinazionale della tecnologia ha dichiarato mercoledì di aver condotto ‘esperimenti’ sulle ricerche di siti web di alcuni giornali, tra cui il Sydney Morning Herald, che hanno interessato solo un numero esiguo di utenti”.

“Al momento stiamo conducendo alcuni esperimenti che raggiungeranno ciascuno circa l’1% degli utenti di ricerca Google in Australia, per misurare l’impatto reciproco delle aziende di notizie e della ricerca Google”. Così ha risposto Google alle richieste di spiegazioni del Sydney Morning Herald.

In breve gli utenti australiani hanno assistito a una dimostrazione del potere schiacciante di Google, che genera non poca inquietudine. Continua il SMH: “Google è un monopolio effettivo e negando l’accesso a informazioni così tempestive, accurate e importanti mostra chiaramente come influiscono sull’accesso degli australiani alle stesse […]. Allo stesso tempo sta ora dimostrando con quanta facilità possono far sparire da Internet i provider di notizie australiani che perdono il loro consenso, un esempio agghiacciante del loro straordinario potere di mercato”.

Il fatto non è passato inosservato, il giorno successivo infatti il Tesoriere australiano Josh Frydenberg (il Ministro del tesoro, come si diceva una volta) è passato all’attacco, ancora sulle colonne del SMH, sostenendo che non solo Google non può bandire i siti dai risultati di ricerca, ma, anzi dovrebbe pagare per i contenuti originali che questi producono.

La battaglia tra i giganti del web e i media che producono contenuti non è nuova, ma gli ultimi accadimenti, noti o meno, come questa vicenda che arriva dall’altra parte del mondo, ci raccontano di un’accelerazione vertiginosa del problema del potere di Big Tech.

Inquieta non poco l’esperimento condotto, che sembra essere prodromico a un uso improprio del motore di ricerca, che può essere usato come arma di distruzione di massa, oscurando le informazioni di un intero Paese, almeno quelle via web, che oggi sono primarie, sia su materie sensibili sia su altre apparentemente meno importanti, ma certamente strategiche (altrimenti non sarebbero censurate).

Da questo punto di vista, si comprende meglio perché le potenze antagoniste dell’America abbiano da tempo intrapreso la via della realizzazione di motori di ricerca autoctoni, come Baidu e Yandex, che pur non potendo competere col colosso americano, assicurano una rete di protezione dell’informazione nazionale in caso di oscuramento.

Per gli altri Paesi si pone il problema ad oggi irrisolto, anzi mai veramente affrontato, di una dipendenza assoluta dal colosso americano. Il fatto che si tratti comunque di rapporti tra Paesi alleati non rassicura, come evidenzia il caso australiano, osservato speciale da parte dell’America per i suoi rapporti con la Cina, che, nonostante i cedimenti alle pressioni Usa (che hanno portato Camberra a una sorta di guerra commerciale con Pechino), non sono stati tranciati come richiesto. Da questo punto di vista, l’esperimento Google rischia di risuonare alle orecchie delle autorità australiane come una sorta di avvertimento.

Ma, al di là della geopolitica asiatica, resta l’inquietudine per quanto avvenuto, dato che finora Google non aveva mai intrapreso una simile strada (o forse sì, ma su scala ridotta, evitando la pubblicità del caso). Una strada che conduce a mete ancora ignote, non auspicabili.