13 Gennaio 2021

Trump ri-impicciato (forse). Vincono i neocon

Il percorso per eliminare Trump dalla scena politica del prossimo futuro prosegue, ma non è così facile come ritenevano all’inizio i democratici e potrebbe anche finire sugli scogli.

Se è vero che diversi repubblicani si sono detti favorevoli all’impeachement, non è ancora stata raggiunta la massa critica necessaria a far passare la legge, che necessita i tre quarti dei voti del Congresso. E il tempo scarseggia, dato che la procedura deve passare entro il 20 gennaio, data dell’insediamento di Joe Biden.

Neocon alla riscossa

Sviluppi incerti, mentre è simbolico che a capeggiare la pattuglia di repubblicani che sostengono l’impeachement sia Liz Cheney, figlia del vicepresidente Dick, storico protagonista delle guerre infinite e, sul fronte interno (a proposito di paladini della libertà), nume tutelare del famigerato Patriot Act, programma che diede all’intelligence piena libertà di sorveglianza su tutti i cittadini americani (e non solo).

D’altronde in materia di colpi di Stato, questione a tema per l’assalto al Campidoglio, la Liz se ne intende, dato che l’augusto genitore guidò il golpe che seguì l’11 settembre 2001, quando i neocon avocarono a sé tutti i posti chiave dell’amministrazione Usa.

Settimana cruciale per Trump, dal momento che nelle votazioni al Campidoglio si gioca in parte il suo futuro politico (in attesa di inchieste future). Nel frattempo continuano a censurarlo un po’ tutti, ultimo il canale Youtube, che gli ha impedito di pubblicare video.

Sul punto, rimandiamo a una nota di The Hill, giornale ormai anti-trumpiano che però conserva un barlume di ragionevolezza, come dimostra la nota in cui si spiega che ormai a essere censurati non sono più i contenuti, ma le intenzioni stesse di Trump, con censori evidentemente in grado di “leggere la mente” altrui.

Intanto, tornando all’assalto al Campidoglio, la cronaca nera va a tingersi di giallo. Nella nota di sabato riferivamo che subito dopo l’assalto al Campidoglio si era suicidato uno degli agenti della polizia preposti alla sicurezza del palazzo.

Nello stesso giorno, è stata data notizia della morte di Christopher Stanton Georgia, uno degli assaltatori del Palazzo, dicono per suicidio postumo all’arresto. Le morti misteriose seguono sempre i grandi eventi politici che scuotono gli Stati Uniti, dall’omicidio Kennedy in poi. Non poteva sfuggire a tale sorte anche il misterioso assalto al Palazzo.

L’attivismo di Pompeo

Al di là della facile ironia, e in attesa degli eventi futuri, va registrato l’attivismo sfrenato che sta esibendo in questi giorni il Segretario di Stato Mike Pompeo, che ha ormai gettato la maschera e si muove in piena autonomia, senza cioè passare per il presidente, che ha ben altro cui pensare.

Così alcuni giorni fa ha dichiarato che è ora di porre fine alle limitazioni delle relazioni con Taiwan, distruggendo la linea di fondo delle relazioni tra le due potenze, basata sul riconoscimento formale della sovranità cinese sull’isola. Una dichiarazione guerrafondaia, dato che Pechino sul punto non può cedere, né Taiwan è disposta a correre rischi per la spericolatezza dello strano italo-americano che guida la diplomazia Usa.

Non solo, ha dichiarato i ribelli houti terroristi, ponendo in nuove ambasce lo Yemen, Paese in cui infuria la più grave crisi umanitaria del pianeta a motivo dell’aggressione saudita alla quale quei ribelli si oppongono.

Al di là del particolare non secondario che al Qaeda e l’Isis sono di fatto alleate dell’Arabia Saudita, e degli Usa, contro gli houti (vedi Associated Press), l’inserimento di tale movimento nella lista nera crea nuove difficoltà alle ong che soccorrono la popolazione civile, dato che si muore nei territori controllati dai ribelli a causa delle bombe saudite, quindi bisogna avere contatti con gli Houti per soccorrerli, contatti da oggi sono a rischio sanzioni e altro.

Non pago, ha re-inserito Cuba nella stessa lista nera, nonostante sia evidente che l’Avana non indulge in tali crimini. Sul punto, una nota del National Interest che riferisce dell'”uso improprio di questo elenco”, di volta in volta aggiornato secondo gli interessi americani del momento (come per l’Iraq, tolto dalla lista quando faceva guerra all’Iran e reinserito dopo l’invasione del Kuwait).

Ma mai si era vista una spregiudicatezza simile, come denotano anche le dichiarazioni del Segretario di Stato sulle frequentazioni iraniane di al Qaeada, accuse alle quali il ministro degli Esteri di Teheran, Javad Zarif, ha risposto ricordando allo smemorato che gli attentatori delle Torri gemelle erano cittadini di un alleato strategico di Washington (Arabia Saudita).

Pompeo cerca di ritagliarsi un qualche futuro tra i neocon, usciti vittoriosi dalla contesa con Trump (vedi alla voce Cheney). D’altronde li ha serviti egregiamente, minando con successo tutti i tentativi di Trump di attutire le tensioni internazionali, dalla Russia alla Corea del Nord.

Ma soprattutto nei confronti della Cina, sulla quale è riuscito a imporre la sua linea (Piccolenote) convincendo il presidente che attaccare la Cina fosse la via sicura per la vittoria, contribuendo così alla sua sconfitta finale.