8 Gennaio 2021

Gideon Levy e i bombardamenti israeliani in Siria

“L’Osservatorio siriano per i diritti umani riferisce che 15 persone sono state uccise e ferite in un attacco israeliano nel sud della Siria, il terzo di questo tipo in quasi 10 giorni” (uno dei quali la notte di Natale). Così su Haaretz.

Sono anni che tali bombardamenti si susseguono nell’indifferenza generale, con la Siria che non può far altro che tentare di intercettare i missili, dato che se reagisse sarebbe incenerita.

Attacchi che si intrecciano con quelli degli agenti terroristi, che il 1 gennaio hanno fatto saltare in aria un autobus, uccidendo 25 civili (così le fonti siriane; in Occidente si è riferito fossero militari, ché le vite dei soldati non contano).

La strage silenziata

In un articolo pubblicato di recente su Haaretz, Gideon Levy si interpella su questo martellamento ossessivo, che le autorità israeliane giustificano come necessario a impedire l’attestarsi della presenza iraniana nel Paese confinante.

Nella nota, Levy stigmatizza l’indifferenza con cui tale strage viene accolta dai media israeliani (e internazionali si può aggiungere). In fondo, spiega, sono siriani e “non frega” niente a nessuno.

Certo, tra le vittime si registrano anche civili, scrive, ma gli obiettivi presi di mira sono «”agenti della milizia iraniana”, il che giustifica automaticamente qualsiasi bombardamento. Anche una donna del villaggio è stata uccisa e suo marito ferito [si riferiva a uno dei tanti bombardamenti ndr.], ma queste cose succedono, dopotutto. Una donna morta in Siria è una non-storia».

“Immagina – aggiunge – 11 vittime israeliane, tre soldati e sette membri della milizia dei coloni, in un attacco aereo siriano, in un’immagine speculare di ciò che è accaduto questa settimana in Siria. Sarebbe scoppiata la guerra. Ma 11 siriani morti in un bombardamento israeliano, cosa contano? Immagina un costante salasso, per diversi mesi, che causi dozzine di vittime israeliane. Israele non l’avrebbe mai tollerato, ed è giusto che sia così. Ma in Siria va tutto bene. Andrà avanti così finché Israele avrà agio di bombardare. Andrà avanti finché Israele non pagherà un prezzo per i suoi attacchi”.

E registra l’acricità con la quale sono accolte le notizie provenienti dalle fonti ufficiali: “Nessuno che si ponga domande o metta in discussione la cosa. Il sole sorge a est e Israele bombarda in Siria. Cosa non è chiaro? Cosa non è evidente?”.

“Israele – continua Levy – è determinato a impedire all’Iran di prendere piede in Siria. I raid contribuiscono a questo processo? In che misura? La possibilità che Israele un giorno paghi un prezzo terribile per questo impegno guerrafondaio non viene nemmeno messa in discussione. Questa è l’arroganza israeliana, che di solito ripaga. Di solito, ma non sempre”.

E conclude: “Tali decisioni fatali non possono essere tenute nell’oscurità assoluta. Non possono essere lasciate alla mercé di una manciata di politici, di funzionari dell’intelligence, piloti e generali. Dopotutto, abbiamo imparato da molte vicende precedenti che non possiamo fidarci ciecamente di loro. Allora perché quando si tratta di guerra e pace, chiudiamo gli occhi, sottomettendoci a loro in totale cecità? Continua a bombardare in Siria. Ci fidiamo di te. Tutto andrà bene”, è l’amaro finale.

Le proposte russe e l’accordo Usa-Iran

Tali bombardamenti sono parte della tragedia che sta vivendo la Siria. La Russia aveva offerto una possibilità di porre rimedio a tutto questo, offrendosi di schierare una forza di interposizione che avrebbe impedito alle milizie iraniane di avvicinarsi ai confini israeliani.

Una proposta seria, dato che Teheran non poteva rifiutarla, né avrebbe violato un eventuale patto sancito con Mosca, Paese col quale ha rapporti essenziali per la sua sopravvivenza. Ma l’offerta di Mosca è stata rigettata da Tel Aviv.

Il fatto è che Netanyahu ritiene indispensabile incenerire l’Iran e ritiene che bombardare la Siria sia indispensabile a dar compimento a tale ossessione.

I cittadini israeliani sanno bene che tale eventualità sarebbe una catastrofe anche per il loro Paese, ma ad oggi nessuno contrasta tale scelta, che peraltro in Iran favorisce l’ala più oltranzista a scapito dei moderati.

Ad oggi l’unica possibilità per aprire una finestra, se non di pace, almeno di una iniziale distensione, è che gli Stati Uniti riannodino i fili dell’accordo sul nucleare iraniano.

La vittoria dei democratici al Senato, se confermata, potrebbe dare a Biden, che ha promesso tale passo, una chanche in tal senso, anche se dovrà superare ostacoli, anche all’interno del suo partito.

Per fare solo un esempio, Jake Sullivan, che ha scelto come Consigliere per la Sicurezza nazionale, ha dichiarato che l’eventuale nuova intesa debba includere anche le testate missilistiche iraniane (Haaretz).

Vorrebbe cioè che l’arsenale missilistico iraniano fosse limitato e monitorato, cosa che l’Iran non può accettare. Nel caso in cui un incidente provocasse un attacco da parte degli Stati Uniti, non solo avrebbe a disposizione armi spuntate, ma l’esercito Usa avrebbe in mano una mappa dettagliata delle sue difese.

Inaccettabile, punto. Teheran ha annunciato che arricchirà l’uranio fino alla soglia critica del 20%. Un modo per urgere la nuova amministrazione Usa a tornare all’accordo (e per aiutarla a vincere le resistenze). Vedremo.