29 Dicembre 2020

I frutti amari della pace tra Israele e Paesi arabi

La normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi arabi sunniti, se certo positiva, ha avuto un prezzo. Un prezzo salato, che pagheranno i palestinesi, per i quali la possibilità di ottenere un proprio Stato è diventata ancor più aleatoria.

Ne scrive Victok Kattan su Haaretz, in una nota dal titolo più che significativo: “Il colpo di stato di Israele nel Golfo: come i palestinesi hanno perso i loro alleati arabi”.

L’articolo spiega che l’offerta israeliana agli Stati arabi perché si aprano alla nuova prospettiva si basa su questi punti chiave: la possibilità di accedere alle sofisticate “armi statunitensi”; di condividere preziose “informazioni” d’intelligence sull’Iran; di ottenere un monitoraggio accurato delle “ambizioni geopolitiche del turco Recep Tayyip Erdogan e dei Fratelli musulmani” (a questi collegati); infine di “bloccare” le prospettive di pace con l’Iran aperte dal “team Biden” e di “fermare l’imminente annessione della Cisgiordania”.

In cambio di tali doni agli Stati arabi è stato chiesto di “spingere i palestinesi sotto un autobus”. Ed è quello che è stato fatto, affossando le loro ambizioni nazionali. L’idea che la normalizzazione con i paesi arabi passasse per la creazione di uno Stato palestinese può ritenersi defunta.

L’adesione dei regimi autoritari

Resta la domanda su come sia stato possibile per le popolazioni arabe cancellare in così breve tempo la causa dello Stato palestinese, da decenni pomo della discordia primario della regione.

Kattan individua due fattori. Il primo è che l’accordo è stato frutto di un’intesa tra Israele e talune élite dei Paesi interessati, con le masse arabe tagliate fuori dai giochi. Tanto è vero che ad accedere all’intesa sono i Paesi arabi “governati da leader autoritari, nei quali c’è poco spazio per una società civile che li critichi apertamente” (sul punto Kattan cita alcuni esempi di dissenzienti silenziosi per timore di ritorsioni).

Invece, l’intesa non è stata raggiunta nei Paesi arabi nei quali esiste uno spazio di espressione per la società civile e il dissenso; e “ciò dimostra che rimane una diffusa simpatia per i palestinesi, o almeno un’opposizione alla normalizzazione [con Israele ndr] prima della creazione di uno Stato palestinese”.

La guerra di narrative

In secondo luogo, tale passaggio si è concretizzato grazie alla vittoria della narrativa israeliana su quella palestinese.

Ciò è dovuto a un errore di prospettiva della narrativa palestinese, che, dando per scontata l’adesione alla propria causa delle masse arabe, si è concentrata sulla ricerca del consenso del mondo occidentale, perdendo così, in maniera impercettibile, ma costante, i “cuori” dei loro fratelli.

Ma Kattan registra anche il successo dell’hasbara israeliana, la narrativa proposta da israele, che ha avuto l’esito di “plasmare il modo in cui le élite del Golfo hanno guardato il conflitto israelo-palestinese”.

Un’hasbara sempre più “sofisticata, che ha dilatato il messaggio di Israele sui social media attraverso alcuni influencer sostenuti dallo Stato e che si è avvalsa persino di una rete di bot gestita dagli Emirati Arabi Uniti”.

Così la normalizzazione non è più apparsa come un ostico passo politico, ma “come una forma di socializzazione tra élite”. Frutto della “simpatia che deriva da cene discrete, discussioni nei think tank e dal tono filo-israeliano prevalente di gran parte dei network dell’informazione e dell’intrattenimento popolare, dalla CNN a Fox News, da Hollywood a Netflix”.

La “costante distorsione del modo in cui leggiamo la realtà, privilegiando la narrativa di Israele sui palestinesi, ha ora conseguenze nel mondo reale”.

La causa palestinese e la storia

Eppure tale passaggio, secondo Kattan, non significa affatto che la causa palestinese sia morta. Anzi, scrive il cronista, “è essenziale” che questi tornino a far sentire la propria voce, ad organizzarsi, perché, sebbene siano ormai considerati “superati da Tel Aviv e Abu Dhabi, non c’è alcuna possibilità che i palestinesi si siedano a un tavolo e accettino il progetto della Grande Israele o che «si arrendano» al trionfalismo israeliano e dei Paesi del Golfo”.

Così, nonostante le prospettive di pace aperte dalla normalizzazione tra alcuni Paesi arabi e Israele – prospettive che non possono che essere accolte con favore – persistono, irriducibili, le antiche conflittualità.

Ma se tali conflittualità non troveranno sbocchi in ambito politico il rinnovarsi di scontri aperti sarà inevitabile, è l’implicita conclusione della nota di Haaretz. Una possibilità, quest’ultima, ad oggi snobbata da tanto ambito politico-culturale israeliano, che fa affidamento sul rapporto di forze, del tutto sproporzionato.

Eppure tale interessata noncuranza ha in sé un’ambiguità ineludibile, dato che prefigura per i palestinesi una sorte simile a quella degli indiani d’America, che gli storici definiscono ormai apertamente “genocidio“.

Ciò non può non risultare inaccettabile anche a tanti ebrei, israeliani e non, proprio in virtù e in forza della loro storia. Da qui la possibilità che non sia ancora stata scritta la parola fine all’annosa controversia.