19 Dicembre 2020

Il Covid-19 e la poliomielite, un confronto istruttivo (3)

secondo da sin il dottor Mikhail Chumakov

Il vaccino della poliomielite scoperto da Jonas Salk, costituito da virus uccisi, stimolava la produzione di anticorpi e preveniva le complicazioni neurologiche della malattia, ma non era in grado di evitare il contagio iniziale.

Inoltre, doveva essere somministrato tramite iniezione. Il vaccino di Sabin, invece, costituito da virus vivo ma attenuato, veniva somministrato per bocca. Questo faceva si che, oltre agli anticorpi, si producesse un’immunità anche a livello intestinale che proteggeva i soggetti vaccinati dall’infezione e, allo stesso tempo, diminuiva la diffusione nell’ambiente del virus “cattivo”.

Inoltre, la sua somministrazione era estremamente facile: per via orale, disciolto in una zolletta di zucchero, e non necessitava di richiami.

La sperimentazione su vasta scala del vaccino di Sabin si svolse in Russia, dove fu affidata a Konstantin Chumakov, virologo molto bravo e ben inserito nel Politburo, rapporto che gli consentì di superare le tante difficoltà frapposte all’autorizzazione dello studio da parte del ministero della Sanità russo e di ottenere risultati difficilmente raggiungibili altrove.

Nel 1959, infatti, il vaccino fu somministrato a 10 milioni di bambini sovietici. Nei successivi due anni furono vaccinati 77 milioni di cittadini sovietici sotto i vent’anni e oltre 23 milioni di persone nei Paesi dell’Europa dell’Est.

La possibilità di vaccinare così tante persone diede i suoi frutti, in Europa come in Asia. Tanto che il vaccino di Sabin fu presto autorizzato anche in Occidente.

Il crescente successo del vaccino Sabin, assieme alla sua facilità di somministrazione rispetto a quello Salk, alla fine convinse anche gli Stati Uniti ad adottarlo, seppure in ritardo.

Tra il 1962 e il 1965 venne somministrato a più della metà della popolazione statunitense, con una drastica diminuzione dei casi poliomielite, già molto ridotti dopo l’introduzione del vaccino Salk. Alla fine degli anni ’70 la malattia negli Usa poteva dirsi debellata: l’ultimo caso risale, infatti, al 1979.

In Italia, dove il vaccino Salk fu introdotto dal 1958, il Sabin arrivò nel 1963 e fu reso obbligatorio nel 1966, con conseguente scomparsa della malattia dal Paese, come d’altronde era avvenuto in tutti gli Stati in cui era stato reso obbligatorio.

I risultati ottenuti con l’applicazione dei vaccini su vasta scala confermarono che il vaccino Salk, pur conferendo un’immunità individuale, proteggeva le persone dallo sviluppo della malattia, ma non impediva al virus di essere rilasciato dalle persone infette. Il virus, quindi, continuava a persistere nell’ambiente e ad essere trasmesso con le feci dai portatori sani. Mentre il vaccino Sabin riusciva a contrastarne anche la diffusione.

Oggi, però, che l’incidenza della poliomielite è drasticamente diminuita in tutto il mondo, molte nazioni sono tornate ad utilizzare il vaccino iniettato (Salk) al posto di quello orale (Sabin).

Ciò perché nonostante il processo di inattivazione previsto nel vaccino Sabin sia estremamente sicuro, persiste il rischio che alcuni ceppi di virus contenuti nei vaccini attenuati, possano  “revertire” e tornare a procurare un’infezione grave come quella causata dal ceppo originario.

In un contesto in cui la poliomelite è quasi scomparsa dal mondo, e quindi non c’è più bisogno di prevenire la sua diffusione nell’ambiente, anche il minimo rischio che ci siano casi causati da possibili complicanze del vaccino supera i benefici dell’immunizzazione prodotta dal vaccino orale. Per questo viene utilizzato il vaccino Salk, che, usando virus inattivati, non comporta alcun rischio di un ritorno a forme infettanti.

In conclusione, la storia della lotta alla poliomielite dimostra che la ricerca scientifica, pur essendo caratterizzata da un’altissima competitività tra ricercatori e aziende che combattono per arrivare meglio e per primi alla meta, procede passo passo, tra successi e passi falsi, ed ha bisogno dei suoi tempi.

L’esempio della polio dimostra, però, che l’uso combinato di vaccini diversi e la cooperazione internazionale consentono un contrasto più efficace della malattia.

C’è da imparare, oggi che in questa lotta globale contro la pandemia si registra una vera e propria guerra dei vaccini, non solo tra Est e Ovest, ma nello stesso Occidente (1). In gioco ci sono profitti enormi e malcelati interessi geopolitici. Si spera che il tempo attutisca tale molteplice competizione.

(1) Piccolo esempio. Il vaccino di Oxford, che costa molto meno di altri (2.5 euro contro circa 80 di quello prodotto dalla Pfizer) e ha altri vantaggi, ha registrato diversi problemi, tra attacchi hacker e critiche diffuse. Riportiamo un botta e risposta a Repubblica di Piero di Lorenzo, presidente dell’Irbm, l’industria farmaceutica di Pomezia che ha prodotto il vaccino in collaborazione con l’Università britannica.

La tempistica [degli attacchi hacker] fa pensare al movente “politico”, per indebolire la posizione di un vaccino che è economico e facile da trasportare. «Beh, sarei ipocrita se rispondessi che non ho pensato al gioco geopolitico che potrebbe essere dietro a questi fatti, di cui ho sentito parlare da alcuni opinionisti. Ma, siccome passa un chilometro sopra le nostre teste, preferisco scacciare i brutti pensieri».