18 Dicembre 2020

La Primavera araba, la tragedia nata dalla guerra in Iraq

Tempo di bilanci per la Primavera araba iniziata dieci anni fa, nel dicembre del 2010, quando Sidi Bouzid, si è dato fuoco per protestare contro il governo. Simbolo di ritorno, dato che riecheggia il gesto di Jan Palach che incendiò un’altra Primavera, quella di Praga.

Tante le rivisitazioni da parte dei media mainstream, che tendono a sottostimare il ruolo degli Stati Uniti in questa catastrofe, che il Washington Post ha definito così: “La regione [araba] è rimasta traumatizzata dal decennio più distruttivo che ha conosciuto nell’era moderna, forse il più distruttivo degli ultimi secoli”.

Nella narrativa il ruolo degli Usa è raccontato come limitato all’intervento in Libia, sprofondata nel caos dopo i bombardamenti perché abbandonata; al sostegno dato senza convinzione alla ribellione siriana, sprofondata nel caos per colpa della repressione di Assad, con un abbandono Usa che ha peraltro lasciato aperte le porte alla genesi dell’Isis; e, infine, al solo iniziale sostegno alla ribellione egiziana, abbandonata poi a se stessa e per questo sequestrata dai Fratelli musulmani, che hanno portato al trono Mohamed Morsi, poi cacciato dai militari di Al Sisi.

Insomma, la nazione indispensabile al mondo, se ha peccato, ha peccato di omissione, cioè avrebbe dovuto essere più presente, sia in Siria che in Libia che in Egitto e altrove.

Rivoluzioni sostenute…

In realtà, gli Stati Uniti sono stati più che presenti. E se tanto mondo arabo, quello che ha subito il decennio più traumatizzante della sua storia, l’accusa di aver fomentato quelle rivolte e di averle gestite, ha qualche motivo per dirlo.

Tale ambito reputa, infatti, che sia stata la longa manus americana a creare dal nulla tale “rivoluzione”, incanalando il malcontento popolare e gestendolo per ribaltare governi non consoni alla propria linea, accusa che ha qualche fondamento,

In effetti, a essere rovesciati sono stati il governo tunisino, legato alla Francia, quello di Gheddafi, da tempo nel mirino dell’intelligence Usa, e di Assad, anche lui oggetto di analoghe attenzioni.

Tali rivoluzioni dovevano poggiarsi su una struttura locale che gestisse la manovalanza, che fu identificata nei Fratelli musulmani, che infatti presero il potere in Tunisia ed Egitto, dove i moti sono riusciti in pieno.

Il rapporto tra questa organizzazione islamista e gli Usa è ben documentato dalle e-mail dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton rivelate da wikileaks (InsideOver).

Peraltro i Fratelli musulmani ebbero un ruolo da protagonisti anche nella cosiddetta rivoluzione siriana, che poi vide l’ingresso di altri attori, le cellule terroriste di al Qaeda, al Nusra come si chiamava in Siria, che già avevano lavorato con gli americani per rovesciare Gheddafi.

A documentare nel dettaglio la strana, quanto imbarazzante, alleanza della guerra della Nato in Libia non è stato un oscuro sito complottista né tantomeno un media russo o cinese, ma l’americano National Interest.

…e rivoluzioni represse

Bizzarro, ma anche no, che invece le rivoluzioni scoppiate nei Paesi arabi alleati degli Usa siano state represse nel sangue facilmente, come accenna sempre il Washington Post, che scrive: “Le monarchie del Golfo hanno usato la ricchezza del petrolio per soffocare qualsiasi marea rivoluzionaria e sostenere i poteri reazionari”.

E là dove tale repressione non è riuscita, cioè in Yemen, gli Usa stanno “stranamente” appoggiando i sauditi. Così ne scrive il Washington post: “La guerra civile che ne è derivata è stata catastrofica, dato che ha ucciso decine di migliaia di persone e ha portato la popolazione alla fame nel peggior disastro umanitario in corso al mondo”.

Tutto vero, tranne il cenno sulla “guerra civile”, formula usata spesso per identificare le guerre della primavera araba, che tanto civili non sono, dato che, com’è più palese in Yemen, si tratta di guerre ibride di aggressione, in questo caso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, due Paesi tra i più ricchi del mondo, contro uno dei Paesi più poveri del mondo.

Anche in Yemen, si è riproposta la strana, imbarazzante, alleanza tra gli Stati Uniti, che appoggiano i bombardamenti sauditi, e al Qaeda, alla quale si è aggiunta l’Isis, E anche qui a rivelare la nefanda laison non sono stati siti alternativi, ma l’autorevole Associated Press

E così è accaduto in Siria, nonostante la loro asserita campagna contro l’Isis – che pure alla fine è stata anche combattuta, quando alla Casa Bianca è andato Trump, sotto la cui presidenza è caduta Raqqa la capitale del Califfato -, gli Usa sono stati dalla stessa parte di al Qaeda e dell’Isis (a rivelare l’imbarazzante verità è un’altra fonte Usa, il senatore Rand Paul).

Un’alleanza che non è finita, dato che il Califfato di al Qaeda, stabilito nella regione di Idlib, è stato difeso in maniera strenua dagli Stati Uniti (in alleanza con i turchi) impedendo a russi e siriani di liberare la regione dal giogo terrorista.

In realtà, la primavera araba non è stato altro che il prosieguo, altrettanto sanguinoso e devastante, dell’invasione irachena, come accenna in maniera molto implicita, e a tratti fuorviante, al Guardian Emma Sky, ex consigliere presso il comando centrale degli Stati Uniti in Iraq, che spiega come tale conflitto sia stato un “catalizzatore” dell’ecatombe successiva.