17 Dicembre 2020

Gantz: Gerusalemme può essere capitale dell'entità palestinese

“C’è spazio per i palestinesi per stabilire anche la loro capitale nella città santa”. Così il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz in un’intervista al al-Sharq al-Awsat, uno dei più autorevoli giornali arabi, ripresa da Timesofisrael.

Una presa di distanza da Netanyahu, dal quale si sta distaccando sempre più anche politicamente, e che rilancia l’idea di una capitale della Palestina a Gerusalemme.

Un’apertura fatta tra mille cautele: Gantz dice infatti che i palestinesi hanno diritto a una loro “entità indipendente”, senza parlare di Stato. Ma è ovvio che quando si parla di capitale a Gerusalemme si parla della capitale di uno Stato.

Dato che egli è un politico di riferimento del centro israeliano – in un Paese in cui il centro è una destra per nulla moderata -, un alveo dal quale non deve allontanarsi per non morire politicamente, l’apertura di Gantz ha una sua forza. Come dimostra peraltro il fatto che ne abbia fatto cenno a un giornale arabo, lui che tra l’altro è parco di interviste.

Martedì in Israele si deciderà se si andrà a nuove elezioni, cosa che sembra ormai inevitabile. E Gantz, che di fatto è il catalizzatore di questa crisi, avendo preso atto dell’impossibilità di portare avanti un governo di coalizione con il Likud di Netanyahu, ha battuto un colpo.

Perché queste elezioni, se arriveranno, non riguardano solo il futuro del Paese, ma anche altro, anzitutto l’approccio con la questione palestinese, ma anche il rapporto con i tanti attori della regione, come insegna la storia di Israele.

Gantz, a nome e per conto degli ambiti politici e militari che rappresenta, ha aperto alla possibilità di porre correttivi alla rotta impostata finora da Netanyahu, che prevede un futuro fantasmatico per i palestinesi.

Certo, il carisma di Gantz è in forte ribasso, dato che l’accettazione di partecipare a un governo Netanyahu ha fatto gridare al tradimento i suoi tanti elettori, ma non è detto che il suo cammino politico sia terminato, come affermano tanti analisti israeliani.

Di certo, Netanyahu ha davanti a sé una strada più impervia di quanto immaginava. Egli ha fatto di tutto per convincere Gantz a far cadere il governo, convinto come che alle prossime elezioni farà il pieno di voti grazie a quello che considera il suo capolavoro politico, la sospirata normalizzazione con vari Paesi arabi.

Nella sua immaginazione, le nuove elezioni lo renderebbero di nuovo sovrano incontrastato di Israele, dopo essersi sbarazzato dell’incomodo Gantz, al quale, a motivo dell’accordo di governo, dovrebbe cedere il potere tra un anno.

Ma se lo scenario prefigurato da Netanyahu è credibile, non si aspettava certo che tanti prendessero le distanze da lui, a iniziare da Gideon Sa’ar, per anni numero due del Likud, che ha abbandonato il suo partito per crearne un altro in competizione, al quale stanno aderendo altre personalità del partito.

Piccolo allarme che segnala uno smottamento del suo impero. Certo, resta un gigante politico rispetto ai suoi avversari, ai quali però la forza del numero potrebbe dare risorse inaspettate.

Di certo, l’apertura di Gantz va segnalata come un cenno significativo in un ambito politico come quello israeliano nel quale, a parte la residua sinistra politica e culturale, dei palestinesi e dei loro diritti non importa nulla a nessuno, anzi sono visti come fastidiosi conviventi, con conseguenti, innumeri, incresciosi incidenti dei quali restano vittime.

Incidenti, peraltro, ormai anche ignorati anche dalla stampa internazionale, un tempo più sensibile ai loro diritti.

Così, in attesa del consumarsi dell’ennesimo governo Netanyahu, si attende quanto dovrà arrivare dopo con certa trepidazione. Non solo in Israele, basti pensare ai tanti organismi associativi degli ebrei americani che hanno individuato nel premier israeliano un nemico irriducibile.

Ambiti che hanno votato Biden e che sperano che la futura presidenza americana sia meno condiscendente verso il Mago di Israele. Vedremo.