16 Dicembre 2020

Il Covid-19 e la poliomielite, un confronto istruttivo (2)

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Nonostante Jonas Salk venga spesso identificato come l’inventore del primo vaccino antipolio, dobbiamo ad Albert Sabin l’eradicazione della polio raggiunta in gran parte del mondo.

Sabin, nato nel ghetto ebraico di Bialystock (nell’odierna Polonia) il 26 agosto 1906 con il nome di Saperstein, semicieco dall’occhio destro, fu costretto a emigrare negli Stati Uniti nel 1921 a causa delle persecuzioni razziali, e qui ebbe una vita accademica costellata di successi, ma oscurata dalla perenne disputa con Salk.

Nel 1939 Sabin annunciò alla comunità scientifica la sua prima e importantissima scoperta sulla natura del virus della poliomielite: dimostrò, infatti, che, contrariamente a quanto creduto fino ad allora, la sede prediletta dell’infezione era l’intestino. Una scoperta che poneva finalmente le basi per un serio contrasto dell’epidemia.

Mentre Sabin proseguiva con le sue ricerche, in Europa scoppiò la seconda guerra mondiale. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, Sabin si arruolò e nel ’47, da assistente ospedaliero, ebbe a constatare gli effetti della terribile epidemia di polio nella devastata ex capitale del Terzo Reich.

Forse fu quella catastrofe a convincerlo a intensificare le ricerche. Tornato negli Stati Uniti iniziò a lavorare in un laboratorio molto più grande e avviò uno studio multicentrico, avvalendosi della collaborazione di varie università americane.
Nel frattempo, le epidemie di polio nel mondo aumentavano: terribile, in particolare, quella che nel ’52 colpì Copenaghen.

Nel 1953, al Children Hospital di Cincinnati, Sabin, dopo lunghi e faticosi esperimenti su reni di scimmia, riuscì finalmente a realizzare una sospensione di virus “attenuati”, privati cioè della capacità di provocare la paralisi delle fibre nervose.

Il vaccino di Sabin, sviluppato in concorrenza con quello dell’immunologo polacco Hilary Koprowski, consisteva nell’utilizzo di un virus “attenuato” contro il quale l’organismo produceva anticorpi senza sviluppare la malattia.

Sabin iniziò a testare il vaccino su se stesso e poi su due dei suoi collaboratori. Infine, ottenne di poter cercare volontari tra i detenuti delle prigioni federali di Chillichote (in Ohio), dove centinaia risposero al suo appello.

Dopo l’esito positivo delle prime vaccinazioni, passò ai bambini, iniziando dalle figlie Amy (5 anni) e Deborah (7 anni). Dopo ulteriori prove, Sabin presentò alla Commissione per l’immunizzazione dell’NFIP i risultati delle sue esperienze, sia sulle scimmie del suo laboratorio che su 242 soggetti.

Ma, nello stesso periodo, un altro ricercatore, il giovane e sino ad allora sconosciuto Jonas Salk, dell’Università di Pittsburgh, annunciò di aver messo a punto un vaccino contro la polio, utilizzando virus uccisi con formalina.

L’idea di Salk, diversa da quella di Sabin, era che l’organismo potesse generare anticorpi anche in presenza di virus “uccisi”, che quindi non si replicavano nel tubo digerente come i virus attenuati.

Intorno al ’52 Salk iniziò gli esperimenti per dimostrare l’efficacia del suo vaccino. Visto l’esito positivo, nel 1954 la NFIP approvò un programma di vaccinazione di massa.

Anche Sabin, nel frattempo, fra il 1954 e il 1955, aveva messo a punto il suo vaccino, ma la NFIP gli preferì il vaccino di Salk.

Sui motivi di tale scelta esistono versioni contrastanti: forse il vaccino con virus ucciso appariva più sicuro, ma c’è chi ha voluto vedere nella scelta motivazioni nazionaliste, dato che Sabin, pur naturalizzato, era polacco (peraltro, anche nella sua Polonia gli fu preferito il vaccino di Salk… piove sempre sul bagnato).

Data la situazione di stallo, Sabin prese contatti con l’Unione Sovietica. Si era in tempo di Guerra Fredda, ma dopo molti tentennamenti, Il Ministero della Difesa statunitense autorizzò la spedizione del vaccino in Urss, dove Sabin si recò personalmente per seguire la sperimentazione.

Gli sforzi di Sabin furono premiati: l’Urss e i Paesi dell’Est decisero di sperimentare il vaccino sui propri cittadini.

Nel frattempo, negli USA si decise di vaccinare circa 400mila bambini con il vaccino di Salk e diverse ditte farmaceutiche americane iniziarono a produrlo.

Ma alcuni bambini, subito dopo il vaccino, furono colpiti da poliomielite violenta e morirono. Il vaccino Salk fu ritirato immediatamente, ma purtroppo 380 dosi erano già state somministrate. Cinquanta bambini restarono paralizzati in via permanente e cinque morirono. Uno dei peggiori disastri farmacologici degli Stati Uniti.

L’Epidemic Intelligence Service of the Communicable Diseases Center aprì subito un’inchiesta: si scoprirà che, per un errore nella produzione, due lotti di vaccini contenevano polio-virus vivi.

La tragedia convinse le autorità a imporre norme più stringenti per la produzione del vaccino ed ebbe un acceso strascico legale, con il boicottaggio del vaccino Salk da parte di alcune organizzazioni di madri e la costituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta.

In tale sede fu chiamato a testimoniare anche Sabin, che, pur criticando il vaccino, riconobbe i meriti scientifici di Salk, che rispettava molto. Ma la sua critica non fu gradita dal rivale, il quale arriverà ad accusarlo addirittura di antipatriottismo.

Nonostante questi e altri problemi, il risultato della campagna di vaccinazione antipolio con il vaccino Salk negli Stati Uniti fu clamoroso: dal 1954 al 1961 gli USA registrano una riduzione della malattia dell’87,4%. Un successo che portò all’autorizzazione del vaccino Salk anche in diversi Paesi europei.

(Segue, per leggere la prima parte, cliccare qui)