16 Dicembre 2020

Usa: Biden votato dai delegati, ma non è finita

Martedì i delegati eletti nelle presidenziali hanno votato Joe Biden come futuro presidente Usa.  Sembra così chiudersi la querelle sulle elezioni, anche se Trump prosegue la sua battaglia.

Pervicacia la sua, ma anche no. Per la stragrande maggioranza dei suoi elettori le elezioni sono state falsate da brogli e pertanto non riconoscono Biden come presidente degli Stati Uniti d’America, dizione che stride con la disunità ormai manifesta.

Il tentativo di Trump

Come contromossa, i repubblicani hanno deciso di non riconoscere i delegati ufficialmente eletti negli Stati chiave e di procedere a una votazione parallela con i propri delegati (Washington Times).

L’iniziativa mira a portare al Congresso due nomine a presidente degli Stati Uniti, chiamando l’assise a decidere. Infatti, la votazione dei delegati di lunedì è solo un passo del processo che termina il 6 gennaio, quando il Congresso, in una riunione plenaria, deve procedere all’investitura ufficiale del presidente.

E serve a guadagnare tempo per nuovi ricorsi, sia a livello locale che alla Corte Suprema, nella speranza che almeno uno vada in porto.

Se Trump riuscirà a trovare un Tribunale che constatati l’irregolarità del voto, aprirà una breccia nel muro innalzato a scudo protettivo della vittoria di Biden. Difficile, ma vuole tentare.

In realtà, gli sarebbe più comodo trattare col nemico, pattuire la concessione della vittoria in cambio di una pax futura, evitando così le inchieste che i democratici si preparano ad aprirgli contro.

Ma non cede ed evidentemente non sta giocando solo per se stesso: c’è tutto un mondo che lo sostiene. Non solo i suoi elettori, ma anche un ambito politico-economico-finanziario che gli sta chiedendo di andare avanti.

I media mainstream si limitano a derubricare a boutade le richieste di Trump, ignorando tutto il mondo che a lui fa riferimento, squalificato con il nefasto epiteto di “suprematisti”.

Una generalizzazione scorretta: se vero che tra questi esistono frange estreme, come d’altronde nella sinistra radicale, tale identificazione è esercizio indebito e non aiuta a porre rimedio alla lacerazione della società americana, anzi la alimenta.

I media che denunciano brogli

Tale variegato ambito legge e guarda media dal mainstream, che denunciano nel dettaglio frodi elettorali, che l’oblio mediatico, piuttosto che smorzare, amplifica.

Media come il Washington Times, che descrive come un audit ordinato da un tribunale del Michigan ha riscontrato che nel sistema usato per lo scrutinio (il Dominion Votyng Systems, usato in vari Stati) c’era un tasso di errore del 68% (!).

La Dominion nega che la falla e parla di errore umano, ma la scoperta ha spinto l’Arizona a un riscontro analogo, con esiti da attendere.

Si tratta solo di uno dei tanti rilievi dello scontro in corso. Un altro è stata segnalato da un esperto di informatica, Jovan Hutton Pulitzer, il quale ha spiegato che il sistema Dominion valuta schede a partire da un’immagine, cosa che pone una criticità, cioè la possibilità di creare immagini virtuali tali da ingannare la macchina.

Ma le schede reali hanno tracce inconfondibili, cioè le pieghe causate  dalle manipolazione. Da qui la possibilità di un riscontro delle schede votate, che ovviamente i repubblicani chiedono sia effettuato.

Se i media mainstream si limitano a dare a tali rilievi il peso di un fastidioso rumore di fondo alimentato da sciocchi millantatori, lo stesso non avviene in parte della  pancia del popolo americano, quella che ha votato Trump, che chiede verifiche reali, cosa finora non avvenuta, dato che i tribunali per lo più si sono limitati a respingere le cause intentate.

I liberal sugli scudi, i progressisti fuori

Limitarsi a derubricare le richieste di Trump e dell’ambito che lo sostiene a sciocca pervicacia non aiuterà Biden, che peraltro prima o poi rischia a sua volta di andare a sbattere sugli scogli dello scandalo che ha quasi travolto il figlio Hunter, obliato prima delle elezioni, ma che tornerà utile dopo a quanti, tra i democratici, sono pronti a salutare la sua dipartita in favore della vicepresidente Kamala Harris.

Di oggi una nota di Thomas Frideman, penna di punta del New York Times, che chiede un incarico “più importante” per lei. Così nel testo: “La Harris è troppo intelligente ed energica per essere solo il vice presidente, una posizione con poche responsabilità ufficiali”.

Anche Pete Buttegieg è stato chiamato nella squadra di governo, rinfoltendo la pattuglia liberal, mentre l’ala più progressiva sembra fuori dai giochi, nonostante abbia un largo seguito tra gli elettori dei democratici.

Utili al momento del voto, ma evidentemente invisi all’establishement del partito che non accedono a nessun compromesso. Particolare che aiuta a capire tante cose.

Intanto Putin è stato tra i primi a congratularsi con Biden, subito dopo la sua investitura ufficiale, chiedendo alla prossima presidenza un approccio collaborativo con Mosca.

L’appello stato raccolto dal New York Times, il giornale più vicino a Biden, che pubblica una nota firmata da Jennifer Steinhauer e 

Nella nota, Fiona Hill, autorevole assistente del Consiglio nazionale di Trump, che pur rilevando l’usuale minaccia Russa, invita a non chiudere porte.

Anche Xi Jinping ha salutato Biden come nuovo presidente Usa, chiedendo “rispetto reciproco” (sul tema, vedi nota precedente).