13 Dicembre 2020

Haaretz: Israele può far la pace con l'Iran

È ora che Israele faccia la pace con l’Iran. Questo il rivoluzionario articolo di Ofry Ilany su Haaretz. Rivoluzionario perché tale prospettiva non solo sembra impossibile, ma contrasta con la tendenza più o meno unanime della cultura e della politica israeliana.

Ilany lo sa, e sa perfettamente che in Israele di crede impossibile fare la pace con un Paese che si ritiene un nemico irriducibile.

Iran e Arabia saudita, nemici paralleli

Eppure, a quanti oggi gioiscono e vedono come “normale” la prospettiva di una pace con l’Arabia Saudita, rammenta che per anni essa “ha chiesto che Israele venisse cancellato dalla faccia della terra”.

E che “Riyad era in prima linea nel boicottaggio arabo di Israele e nella campagna contro la normalizzazione dei rapporti” con Tel Aviv. Inoltre, che i sauditi “hanno guidato la campagna per isolare l’Egitto dopo gli accordi di Camp David nel 1978, dichiarando peraltro che la loro crescente potenza militare era destinata a servire tutti gli arabi, con una chiara allusione a Israele” (cioè Tel Aviv delenda est).

Più di recente, cioè dopo l’attentato dell’11 settembre, “la tensione tra Israele e Arabia Saudita si è incrementata. E nel 2006, il defunto re Fahd ha minacciato che senza progressi nel processo diplomatico tra Israele e palestinesi, «non ci sarà altra scelta che iniziare una guerra contro Israele»”.

Un’avversità, peraltro, reciproca. Ilany rammenta che “il primo ministro Ariel Sharon ha descritto i sauditi come la testa di un serpente”, dove il serpente  era “il terrorismo” dilagante in Medio oriente, “dietro” il quale si celavano i sauditi.

E rammenta come i dirottatori dell’attentato alle Torri fossero sauditi e che “l’ideologia di Al-Qaeda è nata in seno al wahhabismo saudita” (anche quella dell’Isis: genesi che va ricordata a quanti accusano Teheran di essere il motore immobile del terrorismo internazionale…).

Il regime iraniano e quello saudita

Quindi Ilany accenna alle accuse rivolte all’Iran, raffigurato come un regime oscurantista. Accuse cui obietta, spiegando che “il regime saudita non è più illuminato e certamente non è più democratico del regime iraniano. Tanto che, fino a pochi anni fa, Riyadh giustiziava persone accusate di stregoneria”.

A bloccare il dialogo con l’Iran, secondo il cronista israeliano, il fatto che Tel Aviv appartiene a una sorta di blocco occidentale, che fa capo agli Usa, in dialettica con il cosiddetto blocco orientale, cui appartiene Teheran.

Non solo un confronto politico, ma di interessi opposti, con conseguenti tensioni tra Iran, Israele e Stati Uniti. Ma, fa notare Ilany, le distanze Iran – Usa possono diminuire con la presidenza Biden, senza dimenticare, aggiunge, che anche Trump ha tentato la pace con Teheran (vedi anche “Come Bolton, Netanyahu e Pompeo hanno sabotato il sogno di Trump di avviare un dialogo con l’Iran”, Amir Tibon per Haaretz).

Netanyahu e Moby Dick

Per parte israeliana, poi, avversione verso l’Iran risente della politica di Netanyahu, scrive Ilany. Teheran, infatti, “è una vera ossessione per Netanyahu. Come il capitano Achab, egli è schiavo della propria smania, che lo spinge ad arpionare la sua nemesi rappresentata dalla balena bianca”,

Una lotta che Netanyahu ha intrapreso “sin dall’inizio della sua carriera politica”. Tanto che “ha fatto della guerra contro l’Iran, un paese che descrive come la nuova Germania nazista, una missione globale per Israele e il sionismo“.

Ma Netanyahu è anche uso a mutare posizione in un baleno; potrebbe  sorprendere (sempre se resterà al timone del suo Stato).

Ma non è solo una questione politica. Lo storico Aggeo Ram, riferisce Ilany, ha fatto notare che Tel Aviv “ha bisogno di vedere l’Iran come il suo opposto polare, il negativo rispetto al positivo rappresentato da Israele”.

Tali Paesi sono “entrambi anomalie nella regione araba” (gli iraniani sono indoeuropei), una comune diversità che dà vita a un’inattesa prossimità, tanto che “l’Iran era anche immaginato come una sorta di sostituto dell’israelicità”, così da rappresentare un “«sé sotterraneo» di noi Israeliani”.

Riconoscere Israele

Ma, al di là di prossimità più o meno suggestive, Ilany sottolinea un punto nevralgico: il fatto che l’Iran non riconosce l’esistenza dello Stato israeliano, nodo che diversi Paesi arabi sunniti, ultimo il Marocco, hanno superato, normalizzando i loro rapporti con Tel Aviv.

E che costituisce un ostacolo anche per Israele, dato che esso è chiamato a difendere, in modi anche non ortodossi (per usare un eufemismo), il proprio diritto all’esistenza.

Eppure l’ostacolo potrebbe essere fittizio. Infatti, Ilany riferisce che secondo il “Forum for Regional Thinking specializzato in questioni iraniane, la repubblica islamica riconosce già de facto. Israele”, E che allo stesso tempo, Israele, purtroppo, “è bloccato in un ciclo aggressivo di sua creazione nei confronti di Teheran”.

Ora, conclude Ilany, l’Iran è debole a causa delle sanzioni e del Covid-19 e forse tale debolezza può favorire l’apertura dell’impossibile dialogo che egli ritiene necessario.

Coraggioso, Ilany, ché scrivere certe cose attira critiche, anche feroci. E visionario, latore, cioè, di quel genere di visioni che servono ad aprire prospettive che nessuno osa vedere.

E però, se un cronista può scrivere tali cose su un giornale israeliano, è segno che in qualche ambito del Paese tali idee circolano, seppur in modo riservato. Un germoglio di speranza, per Israele, per l’Iran e per il mondo.