11 Dicembre 2020

Elezioni Usa: il Texas «arrocca» e ricorre alla Corte Suprema

Il Texas ricorre alla Corte Suprema per annullare le elezioni. Trump gioca così quella che forse è l’ultima carta del suo mazzo, nel tentativo di far prevalere le proprie ragioni, che poi sono quelle di gran parte dei suoi 70milioni di elettori, i quali ritengono che per vincere le presidenziali i suoi avversari abbiano usato un mazzo di carte truccato.

L’ultima spiaggia di Trump

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha inoltrato un ricorso alla Corte Suprema rilevando che alcuni degli Stati del Paese hanno violato quanto prescrive la Costituzione in merito alle elezioni del presidente, inficiando in tal modo un processo che deve vedere tutti gli Stati concorrere in egual misura e allo stesso modo in tale processo.

Così nel ricorso: “Usando la pandemia COVID-19 come giustificazione, i funzionari del Governo di Georgia, Michigan e Wisconsin e Pennsylvania [gli Stati chiave dell’elezione ndr.], hanno usurpato l’autorità del Congresso rivedendo in modo incostituzionale gli statuti elettorali del loro Stato”,

In tali Stati, infatti, sono state riscritte le regole del voto per posta, minando o eliminando il processo di identificazione degli elettori previsto dalla legge elettorale.

Non solo, il ricorso denuncia anche che all’interno di tali Stati sono state fissate regole diverse da contea a contea (distretti elettorali), violando un principio che vuole l’uniformità delle norme elettorali all’interno dei singoli Stati, tema che fu già dibattuto dalla Corte Suprema al tempo della controversia tra George W. Bush e Al Gore e dichiarato illegittimo.

Cambio di strategia, dunque, nella battaglia legale di Trump, che finora aveva denunciato brogli elettorali, con ricorsi respinti dai tribunali dei singoli Stati o, dove accolti, senza nessun esito.

Il crash di Fulton

A mettere una pietra tombale sulla battaglia legale riguardante i brogli è stato quanto avvenuto in Georgia: il tribunale aveva accolto il ricorso dei repubblicani per procedere a un riconteggio dei voti e, insieme, di fatto, una verifica del sistema informatico usato nel corso dell’elezione, il Dominion voting systems, usato in vari Stati e al centro delle accuse di brogli.

Ma durante la procedura il server Dominion usato nella Contea di Fulton, quella che ha registrato un eccezionale scarto di voti tra Trump e Biden, in favore di quest’ultimo (vedi Piccolenote), è andato in crash (Fox).

Un evento che i repubblicani hanno visto come nefasto, come di fatto si è dimostrato: dopo che i tecnici della Dominion hanno riparato il danno, il riconteggio ha infatti nuovamente assegnato la vittoria a Biden.

Battaglia legale finora vana, dunque, quella dei repubblicani, che peraltro invano hanno tentato di adire alla Corte Suprema, composta per la maggioranza da giudici di tendenza conservatrice.

Nessuno dei loro ricorsi è arrivato alla Corte, avendo i tribunali dei singoli Stati negato tale possibilità. Ma la causa intentata del Texas, dato che non verte su singoli episodi, ma su una asserita violazione della Costituzione, ha avuto tutt’altro iter.

In un primo tempo i media, tutti più o meno pro-Biden, hanno ignorato l’iniziativa texana, reputando che la Corte respingesse il ricorso. Ma quando questa ha chiesto alle controparti di inoltrare una replica formale, sono andati in fibrillazione.

“Due motivi per cui il caso elettorale intentato dal Texas è difettoso: dottrina legale imperfetta ed errore statistico”, titola ad esempio il New York Times. Gli fa eco il Washington Post, in un articolo in cui descrive “l’assalto finale di Trump alla Corte Suprema”, che conclude spiegando come gli Stati interessati al ricorso non solo abbiano dimostrato che non c’è stata alcuna “violazione costituzionale”, ma che le richieste del Texas “arrivano troppo tardi; e che il ricorso ricicla solo accuse già respinte dai tribunali statali e locali”.

L’arrocco del Texas

Lunedì 14 dicembre i delegati dichiarati eletti nei singoli Stati devono votare per il presidente degli Stati Uniti (tale il meccanismo dell’elezione indiretta Usa). Il ricorso mira anzitutto a bloccare tale processo, dato che alcuni di questi delegati, secondo i ricorrenti, sono illegittimi.

Se ciò accadesse, la nomina di Biden sarebbe ovviamente messa in discussione. Non si sa bene cosa potrebbe accadere dopo: la Corte potrebbe chiedere un nuovo voto o altro. Tante le variabili che è inutile enumerarle. Si naviga a vista, ad oggi si deve solo attendere se la Corte bloccherà o meno.

Si può immaginare quanta pressione si stia esercitando sui giudici della Corte, che di fatto potrebbero annullare i disegni dell’establishement Usa (e non solo), che ormai dà Biden come sicuro futuro presidente. Da qui la difficoltà della decisione, tanto che, per evitare problemi, i giudici potrebbero decidere di non decidere, di fatto spianando la strada a Biden.

Il Texas ha battuto un colpo. Sullo sfondo anche la lotta tra il nuovo corso “green” incarnato da Biden e i petrolieri – di cui il Texas è patria -, che vedono disintegrato il loro storico potere.

Ma anche tra la Tecnofinanza e un variegato e propulsivo ambito economico che non ne accetta il dominio assoluto. Capofila di tale ambito, il miliardario Elon Mask, che proprio in questi giorni ha simbolicamente abbandonato la California e la sua Silicon Valley per approdare in Texas, in quello che appare una sorta di arrocco tra antagonisti della Tecnofinanza e petrolieri.

L’arrocco del Texas rilancia così la partita a scacchi che deciderà il destino dell’Impero.