28 Novembre 2020

L'assassinio del capo del nucleare iraniano attenta alla pace

Mohsen Fakhrizadeh

L’omicidio del responsabile del programma nucleare iraniano da parte del Mossad, come da accuse dell’intelligence Usa riferite dal New York Times, getta nuova benzina sul fuoco nel contenzioso tra Teheran e Tel Aviv e rischia di rendere concrete le prospettive di una guerra accennate in una nota precedente.

Che ad assassinare Mohsen Fakhrizadeh sia stato Israele, d’altronde, è un segreto di Pulcinella, che le autorità di Tel Aviv non rivendicano per evitare un’eventuale riprovazione internazionale, che peraltro non c’è.

Ciò perché la minaccia del nucleare iraniano ormai appartiene alla Narrazione, verità indiscutibile che al massimo può essere attutita nelle forme, come abbiamo accennato nella nota di ieri in cui si spiegava come l’intelligence Usa ritenesse che l’Iran era ben lungi dalla possibilità di costruire e armare una bomba atomica, nonostante l’arricchimento ulteriore del suo uranio.

Un crimine contro la pace

Uno sviluppo, peraltro, non deciso autonomamente, ma avvenuto in reazione dell’abbandono del trattato sul nucleare iraniano da parte degli Stati Uniti e il conseguente ripristino delle sanzioni, che stanno devastando l’economia iraniana e falcidiandone la popolazione, dato che, tra l’altro, mettono un freno all’acquisto di materiale sanitario e medicine necessarie in questo tempo di coronavirus.

John Brennan, capo della Cia sotto la presidenza Obama, ha definito l’omicidio un’azione “criminale”, che rischia di causare una guerra. E ha esortato l’Iran a non vendicarsi per evitare escalation. Sembra ripetersi quanto avvenuto per l’omicidio del generale Soleimani, con Teheran costretta in un angolo per evitare un conflitto.

Nel riferire la parole di Brennan, il Daily Mail riporta le considerazioni di Hossein Dehghan, consigliere dell’ayatollah Ali Khamenei, il quale ha dichiarato: “Negli ultimi giorni della vita politica del loro alleato di gioco, i sionisti cercano di intensificare e aumentare la pressione sull’Iran affinché intraprenda una guerra in piena regola”.

Le autorità iraniane, infatti, non possono accettare passivamente l’assassinio di una figura istituzionale, dando così implicitamente il placet a operazioni future. Ma, al di là di dichiarazioni d’obbligo sulla necessità di dare una risposta al crimine, stanno evitando di far precipitare la situazione.

Questioni di Sicurezza

Di certo, quanto avvenuto non è l’azione di qualche spericolato agente. Un ordine è stato dato ed è stato eseguito. Nel riferire la notizia, Yossi Melman, su Haaretz, fa notare che Netanyahu, in una conferenza stampa dell’aprile del 2018, denunciando per l’ennesima volta il programma nucleare iraniano, ha mostrato un filmato nel quale appariva una foto di Fakhrizadeh.

Se citiamo Melmam è anche perché Trump ha scelto di informare il mondo dell’assassinio usando un tweet del cronista israeliano, nel quale si legge che l’operazione segreta è un “duro colpo” per l’Iran.

Eppure, lo stesso Melman, nell’articolo di Haaretz annota come l’Iran sostituirà facilmente lo scienziato assassinato con un altro altrettanto talentuoso. Insomma, l’omicidio non conferisce alcun vantaggio alla sicurezza di Israele.

Oltre che barbaro, inutile, dunque. Anzi, seppur legato ad asserite ragioni di sicurezza, ha come esito l’esatto contrario, dato che tale sicurezza la mette in pericolo con una nuova possibilità di guerra.

Trump si tira fuori

Di interesse, sul tema, l’altro tweet di Trump sull’omicidio. Il presidente americano ha infatti ri-twittato l’articolo del New York Times nel quale si indicava come responsabile dell’azione il servizio segreto israeliano.

Un re-twett singolare, dato che il New York Times è il giornale più anti-trumpiano del mondo e come tale è stato più volte fatto oggetto delle critiche del presidente. Con quel re-tweet Trump ha voluto far sapere a tutti, e in particolar modo all’Iran, che né lui né le Agenzie di sicurezza americane sono coinvolte nell’omicidio (al contrario di quanto afferma il neocon Daniel Pipes che parla di una collaborazione Usa-Israele).

La crisi potrebbe chiudersi con l’Iran che abbaia e non morde, come avvenuto per l’omicidio Soleimani, in attesa che l’amministrazione Biden cambi le cose.

Ma il magmatico ambito mediorientale è foriero di imprevisti. Il fatto che alla portaerei Nimitz sia stato ordinato di ritornare nel Golfo Persico non aiuta a ritenere chiusa la finestra di un nuovo, catastrofico, conflitto regionale.

Va, infine, notato che l’omicidio è stato compiuto materialmente da un’organizzazione terrorista non meglio specificata. Particolare che fa comprendere  come l’accusa all’Iran di alimentare il terrorismo internazionale vada accolta con il relativismo del caso.