27 Novembre 2020

L'ultimo regalo di Maradona. Diego se queda

Diego Armando Maradona ha fatto il suo ultimo regalo al mondo: per un giorno la prima notizia del mondo, almeno di tanta parte di mondo, non è il stato il coronavirus, ma altro. La sua morte, certo, ma anche la sua funambolica vita sui campi di calcio, che ora, finalmente, spazza via le ombre che l’hanno perseguitato.

Fu artefice e creatore di calcio. E fu vittima, anche di se stesso. Ma non fu mai cattivo, anzi, come ricordano i suoi compagni e amici.

Gramellini, nel suo Caffé, ricorda: ” L’ho visto palleggiare da mezzogiorno all’una con un mandarino per allietare la scolaresca di un quartiere disagiato”,

Ma è solo uno dei tanti ricordi del genere, come accenna il video della partita nel fango di un campo alla periferia di Acerra, che ha imperversato sul web e che il Corriere della Sera racconta così: “Gennaio 1985: il campione, su invito del compagno Puzone (ma contro la volontà del presidente del Napoli e pagando di tasca sua l’assicurazione) porta la squadra sul campo dei dilettanti per raccogliere fondi da destinare a un bambino malato”.

E, insieme e per non dir di altro, si può ricordare quando, alla presentazione ufficiale alla stadio San Paolo (5 luglio 1984), ebbe a dire: “Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires”.

Tanti i ricordi addolorati ed elogiativi di cronisti e potenti del calcio che hanno imperversato contro di lui. Ha attirato tanto odio su di sé. Per il suo talento e per la “militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali ha dato molte volte la propria faccia”, come scrive il suo amico – uno dei pochi nel settore – Gianni Minà, il quale annota come sia morto lo stesso giorno del suo amico Fidel Castro. Articolo al quale rimandiamo perché racconta anche retroscena di alcune delle tante cattiverie subite, non solo calcistiche.

Su Maradona un bellissimo scritto di Emmanuel Macron, che probabilmente le righe non son sue, ma le ha volute firmare lo stesso, così che Diego avesse un riconoscimento istituzionale anche dai lontani, tributo dovuto per quello che egli ha rappresentato per tanto mondo.

Un pueblo immenso lo piange, che dall’America Latina abbraccia il Mezzogiorno italiano e si allarga a quanti hanno amato un calcio che non è più. E anche a quanti amano l’attuale, più artificiale, dove il suo funambolico, indisponente, andare non aveva più posto.

“La mano di Dio aveva deposto un genio del calcio sulla terra. È venuto a riprendercelo, con un dribbling imprevisto, che ha devastato tutte le nostre difese. Ha voluto con questo gesto chiudere il dibattito del secolo: Diego Maradona è il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi? Le lacrime di milioni di orfani hanno risposto in questo giorno con un’evidenza dolorosa.

Nato in una periferia povera di Buenos Aires, Diego Armando Maradona fa sognare la sua famiglia e il suo quartiere con il suo gioco di gambe che presto crocifiggerà i migliori difensori europei. Il Boca Junior e i mitici derby lo riveleranno al calcio mondiale. È il Barcellona a conquistare il diamante, pensando di aver trovato finalmente il successore di Johan Cruyff per dominare di nuovo il calcio europeo.

Ma è a Napoli che Diego diventa Maradona. Nel Sud Italia, il pibe de oro ritrova il calore degli stadi dell’America del Sud, l’irrazionale entusiasmo dei tifosi e porta il Napoli in corsa per lo Scudetto, sul tetto d’Europa. Il Mezzogiorno ha la sua rivincita sulla storia e solo il rinforzo di Platini permetterà alla Juventus di combattere di nuovo ad armi pari col suo rivale storico.

Giocatore sontuoso e imprevedibile, il calcio di Maradona non aveva niente di artefatto. Con un’ispirazione sempre nuova, egli inventava continuamente gesti e colpi venuti d’altrove. Ballerino in scarpini, non un atleta, piuttosto un artista, incarnava la magia del gioco.

Ma gli restava di scrivere la storia di un paese che portava ancora le ferite dalla dittatura e dalla disfatta militare. Questa resurrezione ha avuto luogo nel 1986. Nel match più geopolitico della storia del calcio, un quarto di finale della Coppa del mondo contro l’Inghilterra di Margaret Thatcher.

Il 22 giugno 1986, a città del Messico, segna un primo gol con Dio come compagno di squadra. Il miracolo è contestato, ma l’arbitro non ha visto niente: il gesto da circo di Maradona gli vale una rete. E dopo, “il goal del secolo” che evoca i Mani dei più grandi funamboli del calcio: Garrincha, Kopa, Pelé uniti in una sola azione.

In cinquanta metri, in una corsa allucinante, passa in rassegna metà della squadra inglese: dribbla il portiere Shilton prima di spingere il pallone nelle maglie della rete e l’Albiceleste nell’ultimo passo della Coppa del mondo. Nella stessa partita. dio e diavolo, segna i due goal più celebri della storia del calcio. C’era un re Pelé, e da adesso c’è un dio Diego.

Con la stessa grazia, la stessa superba insolenza, s’intrufola nella finale che sigilla con il più bel gesto del calcio: il passaggio decisivo, il goal del numero 10. Quando solleva la coppa, è nato un mito: il bambino terribile è diventato il miglior giocatore del mondo. E la coppa del mondo ritrova l’Argentina: questa volta quella del popolo, non dei generali.

Questo gusto per il popolo Diego Maradona lo vivrà anche fuori dai campi di calcio. Ma le sue avventure con Fidel Castro, come quelle con Hugo Chavez avranno il sapore di un’amara disfatta. È sui campi di calcio che Maradona ha fatto la rivoluzione.

Il Presidente della Repubblica saluta questo sovrano incontestato del pallone che noi francesi abbiamo così amato. A tutti quelli che hanno messo da parte la loro paghetta per comprare alla fine l’album Panini Mexico 1986 con le sue figurine, a tutti quelli che hanno tentato di convincere le loro compagne a battezzare loro figlio col nome Diego, ai suoi compatrioti argentini, ai napoletani che hanno disegnato murales degni di Diego Rivera con la sua effige, a tutti gli amanti del calcio, il Presidente della Repubblica indirizza le sue commosse condoglianze. Diego se queda” [Diego rimane ndr].

Emmanuel Macron