24 Novembre 2020

Gli Usa verso la presidenza Biden. Transizione con giallo

Emily Murphy

Emily Murphy, la donna che guida l’Us General Services Administration, ha inviato una missiva a Joe Biden per dare inizio alla transizione. Un passo che gli avversari di Trump hanno accolto con sollievo, come una decisione che consacra ufficialmente la vittoria di Biden. E con sollievo è stato accolto dal mondo (o almeno da parte di mondo)

Tale passo, infatti, sarebbe stato dettato da Trump, il quale, anche se in un twett ha dichiarato che proseguirà la battaglia legale per smascherare la frode elettorale e conservare la carica, dando il via libera alla transizione avrebbe implicitamente riconosciuto la sconfitta.

Tutto è compiuto, dunque, per i media, per i quali la battaglia di Trump, peraltro persa in partenza, da adesso in poi sarà solo un fastidioso rumore di fondo destinato a sparire insieme al suo artefice.

Nel dare la notizia, sia il Washington Post sia il New York Times, i media che rappresentano e danno corpo al mainstream Usa (e non solo), spiegano e interpretano cose, riportando però solo in parte il contenuto della lettera della Murphy, che invece val la pena leggere integralmente (la pubblica il WP in una pagina a sé, che non leggerà mai nessuno).

Nella missiva, dopo aver spiegato che Trump non ha mai interferito nelle sue decisioni né mai ha fatto pressioni per bloccare il processo di transizione, la Murphy spiega che se non si è mossa finora è perché la vittoria di Biden non è ufficiale, quindi egli ancora non è – né forse lo sarà mai – presidente degli Stati Uniti d’America.

Tanto è vero che la missiva non è indirizzata al presidente degli Stati Uniti, ma all’onorevole mister Joseph R. Biden Jr. E specifica che permettere al team istituito da Biden per avviare la transizione di iniziare a interagire con l’Amministrazione dello Stato non ha alcun valore dal punto di vista del processo politico in corso.

Non ha cioè alcuna valenza in merito alla controversia sulle elezioni, né ha valore istituzionale. Il processo elettorale, cioè, non è compiuto finché non vi sia un’investitura ufficiale o un riconoscimento da parte di Trump della vittoria del suo antagonista.

La decisione, spiega la Murphy, è stata presa in conformità con quanto disposto dalle leggi degli Stati Uniti e sulla base di precedenti simili.

C’è poi il passaggio più drammatico della lettera, quello dove, dopo aver spiegato di non aver subito pressioni da parte di Trump per frenare, denuncia: “Tuttavia, ho ricevuto minacce online, per telefono e per posta dirette alla mia sicurezza, alla mia famiglia, al mio personale e persino ai miei animali domestici nel tentativo di costringermi a prendere questa decisione prematuramente“.

Un passaggio invero drammatico che è stato allegramente cassato dai media, che non lo riportano affatto o lo derubricano a particolare del tutto insignificante, nonostante sia gravissimo che una figura chiave delle Istituzioni sia oggetto di “migliaia” di minacce, come dettaglia la stessa Murphy.

Un’omissione tragica, che rivela tanto del vento violento che sta spazzando l’America e che suggerisce qualcosa riguardo alla natura delle forze che stanno prendendo il potere a Washington.

Non colpisce solo l’indifferenza faziosa dei media, ma anche quella degli avversari di Trump: nessuno di questi si è sentito in dovere, come avrebbe dovuto, non solo di chiedere la tutela della povera donna da parte delle forze dell’ordine e di tutelare le Istituzioni dello Stato, ma anche di manifestarle la propria solidarietà (si potrebbe ironizzare anche sul senso dei democratici per i diritti delle donne, ma sorvoliamo).

Solo Trump, nel suo tweet, ha preso sul serio la drammatica denuncia: “Voglio ringraziare Emily Murphy della GSA per la sua costante dedizione e lealtà al nostro Paese. È stata molestata, minacciata e maltrattata e non voglio che ciò accada a lei, alla sua famiglia o ai dipendenti della GSA”. Implicitamente accennando che non ha voluto contrastare la decisione della Murphy per evitare altri guai a lei e ai suoi colleghi.