18 Novembre 2020

Trump, l'Iran e il ritiro delle truppe

Il nuovo segretario della Difesa Christopher Miller, appena nominato da Trump, ha annunciato che gli Usa ritireranno migliaia di truppe da Afghanistan e Iraq. Si conferma quanto avevamo scritto alcuni giorni fa, cioè che il presidente vuol spezzare il filo delle guerre infinite prima di abbandonare la Casa Bianca (anche se ancora combatte e ottiene qualche vittoria legale… vedremo).

La sua iniziativa trova una fortissima opposizione, non solo negli apparati della Sicurezza e nei suoi antagonisti politici, ma nel suo stesso partito. A criticare apertamente la decisione è stato il leader dei repubblicani del Senato Mitch McConnell, che ha parlato a nome dell’establishement del partito.

Un parere che il presidente non può ignorare perché in questo momento ha impegnato una dura battaglia legale in tutti gli Stati chiave che hanno dato la vittoria a Biden e gli serve il supporto del suo partito, a livello sia locale sia centrale.

Ritiro a metà

Questo il motivo per cui la decisione del ritiro è stata depotenziata. Lo dimostra il fatto che non riguarda la Siria e che l’idea di un ritiro totale non è più presente nell’annuncio, cosa che fa supporre che in Iraq rimarrà un’ingombrante presenza di fantaccini Usa e forse qualcuno resterà anche in Afghanistan, Paese per il quale si era parlato più apertamente di un ripiegamento totale.

Non solo, la data fissata come termine dell’operazione è stata spostata: non più entro Natale, ma entro il 15 gennaio, a soli due giorni dall’eventuale insediamento di Biden.

In quella data la contesa sulle elezioni sarà ormai finita, così se Trump nel frattempo sarà dichiarato decaduto o concederà la vittoria all’avversario l’ordine potrebbe essere annullato.

Detto questo, Trump avrebbe potuto facilmente evitare di prendere una decisone tanto avversata, che gli procura solo ulteriori nemici, anche all’interno del variegato ambito che sta sostenendo il suo tentativo di revisione delle elezioni. Ma lo ha fatto, e occorre registrarlo con la positività del caso.

La notizia del ritiro si intreccia con un’altra: di ieri lo scoop del New York Times su una riunione riservata nella quale il presidente avrebbe ipotizzato di compiere un attacco contro un impianto nucleare iraniano.

Lo scoop del Nyt sull’Iran

Secondo il NYT, a dissuadere il presidente sarebbero stati i vertici militari, il vicepresidente Pence e il Capo del Dipartimento di Stato Pompeo.

Va segnalato che nel vertice si è parlato di varie ipotesi, tra cui quella di un attacco informatico, iniziativa più simbolica che altro (anche se certo avrebbe fatto infuriare gli iraniani), buona solo per la propaganda, come ben sanno gli addetti ai lavori.

Invece, nel rilanciare lo scoop del NYT, molti media hanno omesso tale particolare non da poco: la notizia è diventata così, sic et simpliciter, che Trump voleva bombardare l’Iran.

Il fatto che tale scoop sia avvenuto nel bel mezzo della controversia sul ritiro da Afghanistan e Iraq non è affatto casuale.

Due le possibilità. La prima è che le cose non siano andate esattamente come riferito dalle fonti anonime del giornale – come peraltro è capitato spesso per gli articoli del NYT contro Trump (Russiagate, etc.).

Cioè a ventilare l’ipotesi potrebbero essere stati altri, e Trump avrebbe semplicemente partecipato alla discussione, non scartando previamente l’idea, ma limitandosi ad attendere che a farlo fosse il ministro della Difesa (che ha nominato di recente perché avverso alla guerra infinita) e il Capo di Stato Maggiore, del quale conosce la contrarietà all’attacco.

In tal caso, la notizia riferita dal NYT non solo è falsata, ma anche indirizzata politicamente, serve cioè a “sporcare” l’immagine del Trump, intorbidando le acque sul ritiro e accreditandolo come guerrafondaio.

La seconda possibile lettura è che Trump volesse dare un contentino ai falchi del suo partito per fargli accettare il ritiro, ventilando un’azione simbolico-informatica contro Teheran.

Trump vs Bolton

Il fatto che non volesse una guerra con l’Iran è confermato non solo dalla storia della sua presidenza (durante la quale non ha iniziato alcuna guerra), ma anche dall’attacco che Trump ha sferrato domenica contro la persona che lo ha costretto, per conto dei neocon, a stracciare il trattato sul nucleare iraniano e ha più volte esercitato indebite pressioni su di lui perché si attaccasse Teheran.

Si tratta dell’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, preso di mira in un tweet, che val la pena leggere.

«John Bolton è una delle persone più stupide con cui ho avuto il “piacere” di lavorare nell’amministrazione. Un ragazzo scontroso, ottuso e silenzioso, non ha aggiunto nulla alla Sicurezza nazionale, tranne dire: “Accidenti, andiamo in guerra” […] Una vera droga!».

Altro particolare: nel suo articolo, il NYT riferisce che “il giorno precedente” la riunione incriminata, alcuni funzionari della Sicurezza nazionale hanno tenuto un “incontro segreto” per valutare l’ipotesi di un attacco all’Iran.

Se si tiene conto che molti funzionari di tale dipartimento sono ancora legati a Bolton e che non si capisce a che titolo si siano riuniti, potrebbe risultare accreditata la prima ipotesi e la feroce critica successiva di Trump all’ex Consigliere alla Sicurezza nazionale assumerebbe così un significato più puntuale.