18 Novembre 2020

Ungaretti: i virus e l'uomo con la mascherina

Già ai primi del Novecento Giuseppe Ungaretti si interrogava sull’uso delle mascherine e sul mutamento antropologico che esse potevano produrre. In quel torno di tempo gli eserciti iniziavano a dotarsi di armi chimiche, un’arma nuova tanto distruttiva che non poteva considerarsi solo uno strumento bellico. Era rischio e minaccia per l’umanità intera. Una paura nuova iniziava, dato che contro quella minaccia non c’era difesa alcuna se non le maschere, allora quelle antigas.

Così, in un articolo pubblicato nel ’29 sul Mattino di Napoli, il poeta indugia su un futuro distopico, tanto simile al nostro presente, nel quale, per difesa, l’umanità intera sarà obbligata all’uso di maschere protettive.

Uno scritto antico che parlava al cuore dei suoi contemporanei come al nostro: “Tutti, si mangerà colla maschera, si farà all’amore colla maschera, si riderà sotto la maschera, e sarà una grandiosa vista, quella dell’umanità intera, col muso da foca. L’individuo, capite, non avrà più viso. Quel giorno si potrà incominciare a parlare sul serio d’uguaglianza, di democrazia, d’uomo anonimo”.

Non solo la maschera antigas. Le tante minacce, stavolta non umane ma naturali, i virus, costringeranno l’uomo a una difesa più strenua, il nascondimento. Per difendersi dai virus l’uomo inizierà a vivere sottoterra, scrive Ungaretti, vi costruirà città, vi si sotterrerà. Immagine estrema, ma che rimanda a più attuali nascondimenti, che sono tutt’altri, ma anche simili. Oggi hanno preso un nome moderno e inglese: Lockdown.

In tale segregazione forzata, scrive Ungaretti, continuerebbe comunque il ciclo della vita, ma altro: “Si nascerebbe e si morirebbe nelle tombe. L’umanità sarebbe così andata finalmente a finire nel mondo tutto artificiale per il quale tanto essa s’affanna. Dopo poche dozzine d’anni, anche le nuvole, il sole, le stelle, la luna, il cielo visibile, non sarebbero più per l’uomo che un perduto bene, favole, un bene soprannaturale”.

Abbiamo ripreso questo brano dal sito “Il secondo mestiere”, al quale rimandiamo, che pubblica l’articolo, che val la pena leggere per intero (cliccare qui).

Non riesumiamo queste antiche parole per una velleitaria protesta contro i presidi sanitari attuali, sarebbe un meschino uso per simile tesoro. Più semplicemente per tener viva la fiamma della speranza e dell’umanità, che certe derive dell’attuale crisi aggrediscono e tendono a offuscare.

Tale la pretesa della “vita artificiale”, per usare l’espressione del poeta, sulla vita reale, che occorre tener presente per evitare che l’emergenza odierna diventi perpetua.

Prospettiva, quest’ultima, che appare impossibile, certo, ma impossibile sembrava anche l’idea di una guerra perpetua, che invece, anche se apparentemente lontana, è diventata parte del quotidiano vivere.

Oggi come allora la lotta è tra paura e speranza, tra artificiale e reale. Quel reale che, a volte, può capitare riecheggi di soprannaturale, come da cenno del grande poeta.