16 Novembre 2020

Usa: Trump (uscente?) mette un freno alle guerre infinite

Chiudere le guerre infinite. Così il generale Christopher Miller, nella foto

il generale Christopher Miller. a destra, profilo sfocato, il generale Mark Esper

La pressione su Trump perché conceda la vittoria a Biden rafforza, ma non sortisce effetto. Pressione indebita, se si pensa che in casa democratica hanno il precedente di Al Gore, che concesse la vittoria a George W. Bush solo dopo una sentenza della Corte Suprema su sospetti brogli in Florida.

Sospetti passati e attuali non del tutto infondati, se si sta a una nota di Newsweek, che cita cinque presidenziali Usa falsificate, tra cui quella che contrappose John Fitzgerald Kennedy a Richard Nixon, che secondo il premio pulitzer Seymour Hersch avrebbe vinto Nixon.

Il pressing degli oppositori di Trump, democratici, neoconservatori e tecnofinanza, non nasce solo dalla fretta di prendere in mano le redini del potere, ma da due grandi timori.

Il primo riguarda la possibilità che Trump e il suo team espongano prove di brogli elettorali. Ne stanno emergendo parecchi, non solo morti che votano, ma qualcosa di più massivo e che ha a che vedere con la tecnologia usata durante lo spoglio, gestito da due ditte, Dominion e Smartmatic, che avrebbero trasferito voti di Trump al suo avversario.

Rivoluzioni colorate a rischio

Il rischio non è solo quello di vedere provate tali accuse, ipotesi che resta remota, o di un offuscamento dell’immagine della democrazia americana, quanto che siano esposti sul web prove, meccanismi e dinamiche.

Si tenga presente che le rivoluzioni colorate sostenute dagli Usa che hanno accompagnato la stagione delle guerre infinte – da Maidan a piazza Tahrir alla Bolivia ect. – hanno tutte preso l’abbrivio da proteste per brogli elettorali.

Gli Usa non possono dunque permettersi di subire accuse similari: tutta la retorica e la propaganda necessaria alla riuscita di tali rivoluzioni sarebbe depotenziata.

In secondo luogo c’è il rischio che in questi ultimi giorni della presidenza, Trump eserciti il potere con una libertà che non ha mai conosciuto durante il suo mandato, condizionato non solo dall’implacabile opposizione sostenuta dai media, ma anche da quanti, dall’interno dell’amministrazione e nella Sicurezza, hanno frenato la sua prospettiva di chiudere le guerre infinite.

Il tradimento del Pentagono

Per avere un’idea di quanto successo in questi anni basta leggere la confessione di Jim Jeffrey su quanto avvenne quando Trump ordinò il ritiro delle truppe dalla Siria (fine 2018).

Contrari al ritiro erano sia il Segretario alla Difesa James Mattis sia l’inviato in Siria Brett McGurk, che per questo si dimisero. A eseguire gli ordini, come inviato in Siria, fu chiamato Jeffrey, che si adoperò in un esercizio di grande abilità.

“Abbiamo fatto il gioco delle tre carte per nascondere alla nostra leadership quante truppe avevamo” nel Paese, ha detto Jeffrey, che è riuscito così a mantenere una presenza massiva, ingannando superiori (evidentemente compiacenti) e presidente.

Ciò che potrebbe essere materia per un’accusa di alto tradimento, che peraltro ha prolungato l’occupazione di un Paese straniero e tanto altro inconfessabile,  diventa in questo caso racconto compiaciuto: tutto è permesso agli eroi delle guerre infinite… Tant’è.

La rivoluzione di Trump alla Difesa

Trump ha approfittato di questo momento di transizione, libero da pastoie, per dar corpo a una sorta di rivoluzione all’interno del Pentagono, sostituendone il Capo, il generale Mark Esper, e altre figure a lui vicine, con militari propensi a chiudere le guerre infinite.

Ne scrive ampiamente Intercept, che analizza in dettaglio sia l’opera frenante della precedente leadership del Pentagono, sia la conformità dei sostituti alla linea trumpiana.

Nel descrivere quanto avvenuto nel Pentagono, The Intecept riferisce il parere di un funzionario della Difesa: “Ciò sta accadendo perché il presidente ritiene che il neoconservatorismo abbia deluso il popolo americano”.

Tale prospettiva è stata messa nero su bianco in un documento del nuovo Capo del Pentagono, il generale Christopher Miller, il quale ha scritto: “Non siamo un popolo fatto per la guerra perpetua – è l’antitesi di tutto ciò per cui ci battiamo e per cui i nostri antenati hanno combattuto. Tutte le guerre devono finire”.

Quindi, dopo aver aggiunto che gli Stati Uniti sono in procinto di “sconfiggere Al Qaeda e i suoi sodali”, conclude: “Abbiamo raccolto la sfida [del terrorismo ndr]; abbiamo dato il massimo. Adesso è ora di tornare a casa”.

Spezzare il filo delle guerre infinite

Annotazioni che hanno fatto infuriare gli assertori delle guerre infinite. Su tutti, l’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale, il superfalco John Bolton, che ha dichiarato che si tratta di un’iniziativa “distruttiva“, che lede non solo l’attuale politica estera americana, ma anche quella della futura amministrazione (Biden).

In realtà, Miller ha pochi spazi di manovra: non si può far molto in così pochi giorni. Ma potrebbe riuscire a riportare a casa le truppe stanziate in Afghanistan e ridurre quelle in Medio oriente, come accenna nella nota suddetta.

L’eventuale amministrazione Biden potrebbe così trovarsi una macchina bellica meno aggressiva, e ciò agevolerebbe un decorso meno conflittuale del suo mandato, in linea con le prospettive, rimasto pressoché inevase, della presidenza Obama.

Se non riuscirà a tenere tale linea, come purtroppo probabile, gli Usa sarebbero però costretti a trovare nuove giustificazioni per ripristinare il filo spezzato delle guerre infinite. In ambedue i casi, se riesce, Trump avrebbe reso un servigio al mondo.